Parmigiano in crisi: il Reggiano di montagna potrebbe sparire

Parmigiano in crisi: il Reggiano di montagna potrebbe sparire
di Franca Giansoldati
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Lunedì 31 Agosto 2015, 06:14 - Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 18:00

Il re dei formaggi DOP, il Parmigiano Reggiano di montagna, quello migliore, conosciuto nel mondo e arrivato a noi esattamente come lo avevano concepito i frati benedettini nel XII secolo, rischia di scomparire. Già, scomparire.

Brutta parola, eppure il rischio all'orizzonte è proprio questo perché i costi a carico delle piccole aziende agricole montane sono ormai insostenibili. Tutte strozzate da un sistema che le ha messe in ginocchio. Brutta storia. Mentre la situazione economica delle aziende della pianura tiene - avendo dimensioni più grandi riescono ad avere più di margini di guadagno - per quelle appenniniche la musica è diversa.

In questi mesi, proprio per salvare il tessuto produttivo della montagna, si sono mobilitati sia il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca che Leana Pignedoli, Pd, vice presidente della commissione agricoltura al Senato. Puntano alla formazione di un cartello di produttori affinché non siano più succubi di coloro che commercializzano il prodotto finito, facendo il bello e il brutto tempo sui prezzi. Questi soggetti terzi, sono talmente influenti, da condizionare lo stesso Consorzio di Tutela.

LE DIFFERENZE

Insomma, una delle tante storie all'italiana. Risultato è che un chilo di Parmigiano viene pagato ai contadini poco più di 7 euro al chilo, tanto quanto un chilo di stracchino, quando invece sugli scaffali viene venduto tra i 18 e i 24 euro al chilo. Come è possibile? Naturalmente dietro la filiera contadino-caseificio-commerciante-consumatore c'è chi continua a fare affari d'oro, senza curarsi di sostenere un tessuto produttivo antichissimo e unico. Il Parmigiano è uno dei pochi formaggi fatti con il latte fresco delle mucche emiliane, nutrite con il fieno locale, lavorato nei 380 caseifici che trasformano il latte di 3500 aziende agricole. Vanto indiscusso del Made in Italy.

Eppure di questa emergenza nazionale in pochi ne sono a conoscenza. Come se per magia tutto venisse insabbiato a livello locale. Ci sono state audizioni in Senato, il Ministro Martina a Reggio Emilia ha garantito un progetto di rilancio. Ma poi nulla si è mosso. Eppure l'allarme sulle montagne emiliane è suonato da tempo. In questi ultimi 12 mesi hanno chiuso i battenti decine di aziende agricole. Altre sono sull'orlo del crack. «Se cede il Parmigiano, che è l'unica risorsa agricola del territorio montano, scompare un mondo rurale, una tradizione, un sistema secolare, un tessuto fondamentale. I danni sarebbero a catena» spiegano in curia dove sono stati ospitati incontri per cercare soluzioni. In pratica i 7 euro al chilo ai contadini restano insufficienti a coprire i costi di produzione. La filiera che aveva tenuto per decenni sta andando letteralmente a pezzi. È' come se troppe mani mungessero la mucca, solo che alla mucca (vera) finiscono solo le briciole. «In quale altro settore il prezzo viene determinato dal commerciante e non dal produttore?» Si chiede la Pignedoli. Già, bella domanda che dovrebbe fare riflettere.

«Nel 2013 abbiamo avuto un margine di 5 euro a quintale di latte - spiega Paolo Tamani, della Latteria La Colornese di San Polo - Di guadagno ormai non rimane più nulla. Con questo prezzo si muore». Il problema è serio. Per fare una forma di 40 chili servono circa 5 quintali di latte appena munto. Il saldo della vendita avviene dopo una stagionatura che va da un minimo di 1 anno a 2 anni, mentre l'investimento e le quote per far parte del DOP sono dati in anticipo sulla lavorazione.

LA DIFESA

Il presidente del Consorzio Giuseppe Alai, messo lì dalle cooperative bianche, arrivato al suo terzo mandato con una maggioranza bulgara, minimizza. È tutta colpa della crisi, dice. Alai è anche presidente del Banco Emiliano (che eroga i crediti alle aziende in difficoltà) e di Confcooperative. Nel frattempo l'invenduto in tutto il bacino ha raggiunto livelli preoccupanti. Si parla di migliaia di forme. Per ovviare all'inconveniente Alai vorrebbe ridurre la produzione anche se l'export è solo il 30%, di cui l'80% concentrato in soli 4 Paesi. A livello di marketing le potenzialità dell'expo non vengono colte.

Ultimamente il Consorzio, di fronte alla pubblicità gratis di Pornhub, uno dei principali siti al mondo per guardare video porno (che aveva ideato uno spot in cui era coinvolto proprio il Parmigiano), ha reagito denunciandolo. Nella breve reclame, un uomo - al supermercato con la moglie - faceva un paragone tra l'eccellenza del re dei formaggi, considerato un afrodisiaco naturale, e quella del servizio streaming. Forse anche la pubblicità indiretta sarebbe servita a consolidare il mercato Usa. Chissà.

Gli errori sembrano accumularsi. Come la nascita di I4S, una società controllata che doveva rilanciare l'export ma che si è rivelata una voragine. Insomma, il mondo chiede sempre più Parmigiano Reggiano e le storiche aziende produttrici chiudono. Nel disinteresse generale.