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L'Italia alla Ue: «Nessuna manovra, solo ritocchi»

L'Italia alla Ue: «Nessuna manovra, solo ritocchi»
di Alberto Gentili e Andrea Bassi
3 Minuti di Lettura
Martedì 31 Gennaio 2017, 08:08 - Ultimo aggiornamento: 1 Febbraio, 08:35

La lettera di Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan non farà felice la Commissione europea. Il premier e il ministro dell'Economia, ieri sera, hanno escluso «manovre estemporanee» di correzione dei conti. E a Bruxelles domani scriveranno, in coerenza con la politica economica avviata da Matteo Renzi nel 2014, di voler continuare a puntare su riforme, sostegno alla crescita, recupero dell'evasione, sostenibilità del debito pubblico. Ma, soprattutto, metteranno nero su bianco - per abbattere le richieste di Moscovici & C. - la cifra delle «nuove risorse necessarie per fronteggiare l'emergenza-terremoto».

Che non fosse disposto ad andare oltre a qualche piccolo ritocco, Gentiloni l'aveva detto già in mattinata ai capigruppo del Pd Luigi Zanda, Ettore Rosato e alla ministra Anna Finocchiaro. I tre stavano per lasciare palazzo Chigi, dopo aver parlato del calendario dei lavori di Camera e Senato, quando sono scattate due domande. La prima: «Paolo, ci confermi che non faremo alcun decreto correttivo dei conti?». Risposta del premier: «Sì, lo confermo. Non faremo manovre correttive». La seconda domanda: «Ma così non rischiamo una procedura d'infrazione?». Replica di Gentiloni: «Faremo in modo di evitarla...».

Ed è stato proprio sull'escamotage da trovare per non incorrere nella mannaia di Bruxelles, che si è celebrato alle sette di sera il summit tra il premier e il ministro dell'Economia. Sul tavolo, la lettera della Commissione europea che ha chiesto una correzione dei conti da 3,4 miliardi, pari allo 0,2% del rapporto deficit-Pil. Sullo sfondo, la determinazione di Renzi ad andare alle elezioni anticipate entro giugno e, dunque, a evitare ogni manovra correttiva («è impopolare») e qualsiasi aumento delle tasse, Iva compresa: «Se dopo le elezioni torneremo al governo», ha scritto proprio ieri il segretario del Pd, «dovremo riprendere il ragionamento dall'Irpef e non solo da quella. L'ultima volta che è aumentata l'Iva era il settembre 2013, prima del nostro arrivo: quella volta lì ricordatevela bene perché deve restare l'ultima».

IL SENTIERO
Insomma, il sentiero tracciato dal leader del partito che tiene in piedi il governo è stretto. E Gentiloni e Padoan («in piena sintonia») devono farci i conti. Così al Mef fanno sapere che la lettera che domani l'esecutivo invierà a Bruxelles sarà «anodina». L'intenzione, insomma, è di elencare di nuovo tutte le circostanze «attenuanti» che hanno impedito di centrare al centimetro i parametri della Commissione: dalla deflazione che non fa crescere il Pil, a tutte le crisi che Roma ha dovuto affrontare, dai migranti al terremoto.

Il sisma è la carta principale che il Tesoro vuole giocare per abbassare le pretese di Bruxelles. Se da un lato il governo è disposto a riconoscere che la correzione deve essere di 0,2 punti di Pil, ossia di 3,4 miliardi, dall'altro conta di convincere la Commissione che le spese sostenute per il terremoto di gennaio (che dunque non erano conosciute alla fine dello scorso anno), faranno salire la spesa nominale del 2017, ma i fondi che saranno utilizzati dovranno uscire da quella considerata ai fini del calcolo del deficit.

Questo meccanismo dovrebbe ridurre lo sforzo della metà, di almeno 1,5-1,7 miliardi di euro. Il resto della correzione, che sarà affrontato nel Def di aprile, sarà affidato a misure anti-elusive per recuperare gettito Iva, rafforzando due misure introdotte dal governo Renzi: lo split payment e il reverse charge. Qualche altro intervento potrebbe riguardare i giochi. Allo studio c'è uno slittamento delle gare per le sale scommesse.

L'intenzione sarebbe quella di offrire una proroga agli attuali gestori fino al 2021, ottenendo in cambio il pagamento di una quota annuale che complessivamente potrebbe portare nelle casse dello Stato 70-80 milioni. Un leggero intervento dovrebbe esserci anche sulle accise del tabacco. Sullo sfondo resta l'ipotesi di introdurre una web tax italiana, senza più aspettare che a muovere sia l'Europa.