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Caso Vannini, «riferirono falsità» al pm: due denunciati

La famiglia Ciontoli e Marco Vannini seduto al tavolo
di Stefano Pettinari
3 Minuti di Lettura
Sabato 19 Settembre 2020, 14:21 - Ultimo aggiornamento: 14:22
False informazioni fornite al pubblico ministero. Di questa accusa dovranno rispondere Davide Vannicola e Giovanni Bentivoglio, dopo che la procura della Repubblica di Civitavecchia ha chiuso l'indagine relativa alle rivelazioni che i due fecero davanti ai magistrati inquirenti relative all'omicidio di Marco Vannini. Rivelazioni che apparvero da subito sconvolgenti, perché avrebbero potuto cambiare completamente il quadro di una vicenda, quella dell'uccisione di Marco Vannini appunto, su cui sono tuttora puntati i riflettori dei media nazionali e internazionali.
TESI CLAMOROSA
Invece oggi, secondo la procura, Vannicola e Bentivoglio dissero una serie di falsità. La più eclatante, quella riferita da Davide Vannicola, conosciuto a Tolfa dove vive e lavora col soprannome del pioniere. L'artigiano disse al microfono di Giulio Golia della trasmissione Mediaset Le Iene, che l'allora comandante della stazione dei carabinieri di Ladispoli, il maresciallo Roberto Izzo, gli aveva confidato che a sparare a Marco Vannini non era stato Antonio Ciontoli, bensì il figlio Federico. La dichiarazione ebbe un'eco incredibile e avrebbe potuto stravolgere un processo che stava andando avanti da ben quattro anni. In molti infatti si chiesero come mai Vannicola se ne fosse uscito con questa storia solo a distanza di così tanto tempo. Lui si giustificò dicendo che era molto amico di Izzo e che non voleva tradirlo rivelando la confidenza che gli aveva fatto, salvo poi ripensarci a distanza di quattro anni, come detto. Giovanni Bentivoglio poi. Anch'egli intervistato più volte, confermò quanto detto da Vannicola, affermando che pure a lui aveva fatto le stesse rivelazioni.
IL MESSAGGIO WHATSAPP
Ma non sono state solo queste le rivelazioni di Vannicola e Bentivoglio. Dopo qualche tempo venne fuori anche un messaggio vocale su whatsapp, nel quale Bentivoglio rivelava l'esistenza di un vecchio fascicolo che riguardava sempre Antonio Ciontoli, fermato dai carabinieri perché accusato di aver estorto denaro a due prostitute abbordate sull'Aurelia. In quel vocale Bentivoglio aggiungeva che a difendere Ciontoli in quella causa era stato l'avvocato Celestino Gnazi, oggi avvocato di parte civile della famiglia Vannini insieme al professor Franco Coppi. Nel frattempo, forse anche a causa di queste rivelazioni, si mosse addirittura il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che avviò un provvedimento disciplinare nei confronti della dottoressa Alessandra D'Amore, ovvero la pm che istruì il processo Vannini, ritenendola responsabile di non aver svolto le indagini come avrebbe dovuto. Ne nacque un processo, nel quale la D'Amore venne chiamata di fronte ai magistrati della Cassazione che dovevano stabilire se il suo operato fosse stato corretto o meno. Ma la pm ne uscì assolta. A finire nei guai invece adesso sono proprio Davide Vannicola e Giovanni Bentivoglio, quest'ultimo peraltro ex sottufficiale della Guardia di Finanza e per tanti anni uno degli investigatori proprio della procura di Civitavecchia, che oggi lo accusa di aver fornito false dichiarazioni al pubblico ministero, insieme al suo amico artigiano di Tolfa. Entrambi vennero interrogati dopo che la stessa magistratura locale aprì un'indagine nata proprio dalle dichiarazioni dei due, avviata direttamente dal procuratore capo Andrea Vardaro e dal sostituto Roberto Savelli. Sono stati loro a decidere che Bentivoglio e Vannicola hanno detto il falso, e li hanno indagati, con il maresciallo Roberto Izzo e l'avvocato Celestino Gnazi che così, da possibili accusati, oggi si ritrovano invece parti offese.
 
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