Mez, il giudice che mandò Amanda negli Usa:
«Inutile interrogare Raffaele, non era lì»

Lunedì 3 Febbraio 2014 di Italo Carmignani e Egle Priolo
PERUGIA - Gli avvocati fanno esposti, si rivolgono al Csm e chiedono azioni disciplinari contro il presidente che ha parlato troppo presto.

Il giudice spiega e si difende ma il ministro chiede «accertamenti preliminari». E Sollecito si fa intervistare e parla ovunque di quanto poco abbia parlato nel processo.

Così, giusto o sbagliato si rincorrono. Dopo le parole del presidente Alessandro Nencini lanciate lungo la traccia difensiva di Raffaele Sollecito. E l’approdo della polemica sbatte contro una domanda: l’interrogatorio (mai fatto) di Raffaele avrebbe potuto cambiare le sorti del processo? Claudio Pratillo Hellmann, presidente della Corte d’appello perugina che spedì Amanda Knox in America e Sollecito a casa con l’assoluzione piena per non avere commesso il fatto, ossia uccidere Meredith Kercher, è un fiume in piena: «Ma cosa avrebbe dovuto dire in più Raffaele Sollecito in sede di dibattimento? Lui partiva da un assunto preciso che faceva così: durante il delitto era in casa con Amanda a vedere un film, quindi sulla scena del delitto lui dice di arrivare all’indomani come tutti gli altri. E allora: cosa poteva aggiungere - prosegue Pratillo Hellmann - in un eventuale interrogatorio?»

Già, perché sentirlo? Per capire, passo indietro nel caso più controverso mai passato per le aule di un tribunale normale.

Novembre del 2007, interno del carcere perugino di Capanne: nella saletta degli interrogatori c’è l’ingegnere informatico Raffaele Sollecito, da qualche giorno accusato dell’omicidio di Meredith Kercher. Di fronte a lui il pm Giuliano Mignini: «Dottor Sollecito, intende rispondere alle domande?». E Sollecito di rimando: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Succederà ancora una volta, sempre in carcere: stessa domanda, stessa risposta. Poi ci sarà qualche parola in più davanti a gip Claudia Matteini in sede di interrogatorio di garanzia. Ma la difesa di Sollecito, Luca Maori e Giulia Bongiorno, non solo contesterà quelle parole, ma l’intero interrogatorio e la misura cautelare (ovvero l’arresto) in carcere.

Da quel momento in poi quelle di Sollecito saranno solo dichiarazioni spontanee, parole in libertà senza un contraddittorio vero proprio, al processo di primo grado come in appello.

Spiega uno dei magistrati di allora: «Non c’è stata una richiesta dell’accusa di sentire Sollecito perché in sede di dibattimento non c’era alcun verbale d’interrogatorio fatto durante le indagini cui fare riferimento, quindi non c’era alcunché da contestare o da dibattere. Semmai doveva essere la difesa a chiedere di sentirlo come è accaduto con Amanda».

L’americana non solo era inserita nella lista testi dell’avvocato Carlo Pacelli che assiste Patrick Lumumba, l’uomo di colore accusato ingiustamente del delitto da Amanda, ma la sua difesa (avvocati Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova) ha voluto anche inserirla tra le persone da sentire.

Aggiunge un altro magistrato, sempre in anonimo: «Certo: se avesse aggiunto dei dettagli diversi, la posizione di Raffaele sarebbe potuta cambiare. Ma era compito della difesa e lui ha sempre avuto quella migliore possibile».

Chiude Pratillo: «Non dico che non possano essere stati loro, anche se in un modo che non riesco a immaginare, ma dal punto di vista processuale contro di loro non c’erano prove. Con un po’ di buon senso, puntando almeno sul ragionevole dubbio, si sarebbe dovuto decidere diversamente». Ultimo aggiornamento: 4 Febbraio, 14:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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