Berlusconi decaduto sceglie la piazza: «Continuerò a lottare»

Giovedì 28 Novembre 2013 di Mario Ajello

«A las cinco de la tarde...», solo il toro ha il cuore in alto. Ma proprio in alto il cuore del re ferito non è, mentre arringa il suo popolo. Veste descamisado, senza cravatta, già in tenuta da ex senatore, mentre a Palazzo Madama stanno votando la sua espulsione. Il tramonto gelido che cala su Roma e il sole che se ne va e non illumina più Silvio Berlusconi, il quale diceva di avere «il sole in tasca», fanno da cornice al discorso del crepuscolo.

All’ultima orazione da parlamentare che ormai ha voltato le spalle al Parlamento, accusandolo di «omicidio politico», e che sceglie di mostrare in piazza il suo corpo trafitto dalle frecce dell’odio, come nelle icone di San Sebastiano, e di organizzare lì la sua resistenza. «Siam pronti alla morte!», grida sull’onda dell’inno di Mameli. Il comizio a via del Plebiscito segnala non soltanto un passaggio d’epoca ma anche un ribaltone geopolitico: mentre Palazzo Madama è il luogo del «colpo di Stato», Palazzo Grazioli e la zona circostante con la gente indignata («Arrestateci tutti»), con le bandiere, con le vecchiette che baciano il santino di Silvio Martire, è la nuova culla della vera sovranità popolare.

Alle 17,43 arriva dal Senato il verdetto della decadenza. Lì il funerale s’è celebrato in fretta, le prefiche berlusconiane vestite di nero hanno pianto e strepitato e una di loro ha posato un bigliettino sullo scranno di Silvio ormai per sempre deserto e in quella carta c’è un cuore disegnato e parole come quelle che si scrivono a un caro estinto: «Ci mancherai». Ma figuriamoci. «La democrazia è in lutto, io però continuo a lottare!», grida lui dal palco.

Portando il trauma della sua decadenza personale e politica dentro le case e i televisori di tutti, e proponendola come questione democratica e di libertà che merita di diventare psicodramma collettivo e che non può essere confinata dentro gli argini del Parlamento. «Vogliono liquidarmi senza che nessuno se ne accorga, ma non glielo permetterò», ha detto salendo in scena. Ma quando la mannaia del Senato arriva, la reazione di piazza è già finita. «Sono stato troppo frettoloso?», chiede il Cavaliere lasciando la manifestazione. E si risponde: «Non volevo fare congelare le tante persone anziane che sono venute ad abbracciarmi. Io voglio bene a tutti, è la sinistra che sa soltanto scatenare violenza contro di me. Sono i magistrati che ormai si comportano come le Brigate Rosse».

IL MIX SENTIMENTALE

L’ira e la depressione, ecco l’impasto dell’ultimo giorno. La fidanzata Francesca, in nero anche lei, è in prima fila al comizio. Il medico Zangrillo ha portato il defibrillatore. Dudù, mentre Silvio fa il toro al tramonto come quello cantato da Federico Garcia Lorca, viene fatto affacciare ripetute volte da una finestra di Palazzo Grazioli e chissà se abbaia contro i comunisti (condividendo il cartello portato dai forzisti pugliesi dove si legge: «Napolitano uguale a Stalin») o se piagnucola per la sorte cinica e bara toccata al suo padrone. Si è preferito non portalo giù in piazza, sennò si congelava anche lui come i vecchietti. I quali si sciolgono ogni tanto, vedendo sul maxi-schermo le immagini del film curato dal senatore Francesco Giro sui vent’anni dell’impegno politico del Cavaliere e capita di origliare una conversazione così, tra una coppia di anziani: «Ah, quanto tempo è passato. Allora ancora ci volevamo bene....».

La certezza di Silvio è che il popolo, a lui che è un ”ami du peuple”, un nuovo Marat descamisado come Danton, continuerà a volergli bene in eterno. «Non vi lascerò mai soli», promette. Ma, per esempio, manca Roma in questa folla. La città è lontana, fredda, indifferente. E non si sente davvero in questa piazza la forza, la presenza, l’abbraccio riassuntivo di un Paese - o almeno della sua metà o di un suo spicchio consistente - a un leader che per vent’anni ha rappresentato per molti aspetti l’autobiografia della nazione. La fretta liquidatoria del Senato e il comizio breve e affaticato sotto Palazzo Grazioli, illuminato ma chissà per quanto tempo ancora, sembrano contraddire il mega-striscione che arriva a un certo punto: «20 anni di bugie e di persecuzioni, ma l’Italia sta con Berlusconi». Eppure, il Ventennio è finito («Verrete a trovarmi a San Vittore», è la previsione pulp del re decaduto a chi lo va a trovare nel suo salotto) ma non sono da escludere i colpi di coda a cui egli si affida oltremisura. Al punto da giurare: «Tornerò a Palazzo Chigi».

Per ora, c’è la secessione in piazza e l’annichilimento dei suoi in Senato. Quando Grasso dichiara formalmente la decadenza di Berlusconi, e pronuncia il verdetto senza nessuna enfasi, i parlamentari forzisti già storditi e battuti quasi non si accorgono che il presidente sta dicendo «the end». Poi mettono a fuoco il brutto epilogo, con il capo chino lasciano l’aula, e il solo Bondi - poeta quanto Lorca (si fa per dire) e innamoratissimo del suo toro - si rivolge, più mesto che infuriato, agli alfanei che ha appena definito «piranha»: «Ora vi faccio gli auguri per il vostro governicchio con i comunisti». I falchi del Senato - visibilmente spennacchiati e sfugge loro un sorriso soltanto alla battuta sul vendoliano Stefàno che in questa vicenda ha trovato imprevista notorietà: «Da oggi, è la decadenza di Stefàno» - si avviano nella dimora del re «decapitato». Lui li aspetta. Con Verdini e Santanchè, che non lo hanno lasciato da solo neppure un istante. Ogni tanto lei s’affaccia dal balcone di Palazzo Grazioli e le truppe venute da Napoli la acclamano così: «Santanchè zompa ’n cuollo a mme!». Lei sarebbe tentata dal truffo. Se non fosse che deve informare Silvio, mentre lui si prepara al bagno di gente: «Presidente, sta arrivando il popolo di Ravenna!».

«Presidente, vedo i cartelloni ”Tutti con Silvio” del popolo di Cercola!». E lui: «Dite loro che io sono più gasato che mai. I nemici mi descrivono come un vecchietto spompato, ma non sanno che io non muoio neanche se mi uccidono». La battuta l’ha rubata a Giovannino Guareschi. Ma vabbè. Dà un’occhiata fuori dalla finestra, vede sul maxi-schermo un’immagine di repertorio in cui Mamma Rosa giura: «Mio figlio è un leone». E chissà se si è messo a ruggire in salotto, il re leone sanguinante, prima di avviarsi a quella che lui considera la sua nuova vita: «Da oggi, sarò un leader fuori dal Parlamento, come Renzi e come Grillo, e questo ci darà più forza». L’8 dicembre - così annuncia l’ultimo membro della nuova trimurti Renzi-Grillo-Berlusconi - la sua forza si misurerà nella capacità di rovinare la festa di Matteo, di oscurare le primarie: «Faremo una grande convention, per celebrare l’apertura dei primi mille club Forza Silvio nelle città e nei paesi italiani». Ai parlamentari che lo raggiungeranno nella sua abitazione, aggiunge: «I colonnelli di Alfano stanno battendo millimetro per millimetro tutti i territori, per rubarci spazi ed elettori. Vi do i compiti a casa: tornate da me tra una settimana e ognuno porti la lista di cento nuove adesioni a Forza Italia.

Possibilmente giovani». Intanto, Alfano gli ha telefonato. Dicendogli: «Ti sono vicino». Gli ha ripetuto: «Presidente, hai subìto un torto pazzesco e noi abbiamo fatto di tutto per evitarlo». Ma i rapporti cordiali tra il re decaduto e l’ex delfino svillaneggiato anche in piazza («Traditoriiii!», fischi, pernacchie, e Silvio: «Accetto questa interruzione ruvida ma efficace») anche ieri hanno scatenato le gelosie dei falchi che marcano stretto Silvio: «Alfano è di Agrigento, pirandelliano, uno, nessuno e centomila. Ti accarezza per accoltellarti ancora». Ma la rapida partenza per Arcore, subito dopo aver inscenato il proprio martirio nel gelido tramonto, può significare una fuga dai falchi troppo oppressivi («Gli stanno facendo il suicidio assistito», è l’immagine proposta da uno degli uomini più vicini ad Angelino) e un rifugio presso Marina che lo consola («La politica si pentirà di quello che ha fatto») e Fedele Confalonieri che non voleva lo strappo ma ora fa il realista: «Con Forza Italia all’opposizione e il governo che regge, ci guadagnano sia il nostro partito sia le nostre aziende».

Ma fuori dalla magica sfera di Silvio, c’è un’Italia che ha perduto il senso del tragico anche per effetto di Berlusconi (il quale «non ha reso principesco il mondo della Mandragola ma mandragolesco il mondo del Principe», come dice Gennaro Sasso, grande studioso di Machiavelli) e ora recupera improvvisamente tutta insieme e tutta in un giorno la coscienza del proprio dramma e ciò la rende sgomenta. Vede Palazzo Madama difeso con i blindati e circondato da cordoni di poliziotti in assetto da guerriglia e Palazzo Grazioli che cerca di sostituirsi ad esso in nome della «libertà» (calpestata dal Parlamento-soviet) e della «democrazia» (vilipesa dai «terroristi in toga»). Così finisce il Ventennio e invece poteva, e doveva, finire molto meglio.

Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 10:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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