Adelphi fa 50, intrattenetevi con i geni della letteratura: altro che noia

Sabato 26 Ottobre 2013 di Luca Ricci
Luca Ricci

L’altro giorno a una presentazione una signora mi fa: "Scusi ma perché odia l’intrattenimento?". Io odiare l’intrattenimento? Per dirla con Gabriele Vacis - Vacis l’ha detto per il teatro - credo che la letteratura abbia a che fare con tre elementi: il rito, la narrazione, il gioco. Sull’ultimo punto proprio non si discute, e già Calvino sosteneva che il gioco è una cosa serissima. C’è un fatto: la vulgata bestsellerista degli ultimi anni ha imposto una visione manichea per cui solo la paraletteratura si occupa veramente del piacere del lettore. Tutto il resto magari sarà anche esteticamente più valido, ma è di certo noiosissimo. Niente di più falso.

Per secoli, quando ancora non esistevano le soap opera né le sit-com né le fiction, tutto l’entertainment ricadeva sulle spalle della letteratura. Chiunque legga la Cantatrice Calva di Eugène Ionesco si divertirà da matti, oltre a riflettere sulla sostanziale assurdità della natura umana (suggerisco una lettura ad alta voce: è un antidepressivo naturale).

Leggendo Buddenbrook di Thomas Mann invece ci ritroveremo nel bel mezzo dello sfacelo di una grande famiglia borghese ma anche catapultati in una storia d’amore strappalacrime e piena di colpi di scena. La bizzarra specializzazione dell’intrattenimento - da una parte le scritture pop e divertenti, dall’altra la letteratura elitaria e noiosa - è del tutto fittizia, e per accorgersene basterà sfogliare Adelphiana 1963-2013 (783 pag. 35,00 €), il supercatalogo nato per festeggiare il cinquantenario della casa editrice Adelphi.

Sono forse noiosi Milan Kundera, Ennio Flaiano, George Simenon, Leonardo Sciascia o Mordecai Richler? E non dimentichiamoci che Roberto Calasso, oltre ai vari miracoli in prosa, è riuscito persino a piazzare nella classifica dei più venduti Wisława Szymborska. Insomma che me ne faccio di un libro che, in cuor suo, non ambisca a farsi rileggere, rinunci a inventare nuovi linguaggi (e cioè nuovi mondi), non formuli ipotesi inedite sull’uomo, si rifiuti di attentare all’ordine costituito della realtà? Il libro che contempla solo il gioco non gioca neanche più: scherza. Smarrisce l’aspetto rituale insito nell’atto dello scrivere e del leggere e, per paradosso, perde anche l’arte della narrazione (infarcire i romanzi di accadimenti non significa saper raccontare una storia).

In pratica quello che il mercato spaccia per intrattenimento è in genere un prodotto unidimensionale, una scorciatoria che rischia di far smarrire il cammino (leggasi: Gian Arturo Ferrari alla Buchmesse, che piange di fronte agli stand italiani vuoti).

Twitter: @LuRicci74 Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre, 16:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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