Riccardo De Palo
LAMPI di
Riccardo De Palo

Il Codice Browne, mistico della scrittura: l'editore Calasso pubblica la sua tesi di laurea

Lunedì 12 Novembre 2018
Il protagonista di un racconto di Jorge Luis Borges, lo scrittore immaginario Pierre Menard, comincia a riscrivere, parola per parola, il Don Chisciotte, per farlo coincidere perfettamente con l'originale di Cervantes. In maniera analoga, il poliedrico scrittore del Seicento britannico, Sir Thomas Browne, sognava di raccogliere «centoni di tutte le epoche», allo scopo di produrre un'unica summa del sapere e dei capolavori precedenti. È proprio a questo medico di Norwich celebre per la prosa ricca e multiforme, tra le più celebrate della lingua inglese, che è dedicato l'ultimo libro di Roberto Calasso, I geroglifici di Sir Thomas Browne.

Il volume è la tesi di laurea sostenuta dallo stesso Calasso nel 1965, alla Sapienza: pubblicata dapprima in Messico otto anni fa, viene ora riproposta (con l'aggiunta di un saggio) da Adelphi, di cui l'autore è presidente. Calasso, all'epoca, non poteva certo immaginare di diventare editore di uno dei marchi italiani più raffinati; ma lo studio (chiaramente di genere universitario, con tanto di note a pié di pagina), lascia intuire l'evoluzione futura: la volontà di uscire dagli schemi, l'erudizione enciclopedica. Lo «scrittore curioso di tutto», destinato a diventare una «curiosità letteraria», è una figura che sfugge, come Calasso, a qualsiasi classificazione.

Chi era Browne? Un «mistico della scrittura», come suggerisce l'autore? O un abile creatore di scatole cinesi, riuscito a scrivere, come avrebbe voluto Walter Benjamin, «un libro di sole citazioni?». Di certo, questo multiforme studioso figlio dell'era delle Wunderkammer e delle meraviglie, cercava la verità nel vasto libro della Natura, che accanto alla Bibbia figurava tra le sue fonti favorite. Vero «bibliotecario del mondo», abituato a muoversi tra gli infiniti scaffali della Babele di Borges, ammiratore di Athanasius Kircher e studioso, a sua volta, di scrittura ideografica, Browne anticipa una sensibilità che confluirà nei racconti dello stesso Borges o nelle poesie di Coleridge, Swinburne, Baudelaire: «La Natura è un tempio dove pilastri viventi/ lasciano a volte percepire confuse parole / l'uomo attraversa una foresta di simboli / che l'osservano con i loro sguardi familiari».

Se è vero, per dirla con l'autore de L'Aleph, che ogni linguaggio è un alfabeto misterioso «il cui uso presuppone un passato che gl'interlocutori condividono», è nei geroglifici che va cercato il sapere segreto, iniziatico; ma fino all'epoca di Jean-François Champollion, l'arte di decodificarne il significato non era altro che «un'ingegnosa frode». Lo spettro dell'Egitto, scrive Calasso, ha accompagnato per secoli la nostra Storia; fino alle vette del Flauto magico, dei gorgheggi di Mozart.

La figura di Sir Thomas Browne si ricollega alla tradizione ermetica e magica dell'epoca Elisabettiana: a Norwich, lo studioso era «in rapporti di stretta familiarità ed amicizia con l'alchimista Arthur Dee», il figlio di quel John Dee che ispirò la Tempesta di Shakespeare e che, caduto in disgrazia, fu accusato di stregoneria.

Browne non fu da meno, rispetto al Bardo, nel numero di parole coniate nella lingua inglese: ben 784, come hallucination, electricity, computer. Non divenne di uso corrente un altro suo termine, deuteroscopy, vale a dire: «Dare una seconda occhiata». Ma in questo lo scrittore di Norwich fu un vero maestro: «Non pretese mai di essere il primo, se non nella maniera del dire». Ultimo aggiornamento: 13-11-2018 15:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA