Roma, dopo 300 anni torna a zampillare il Ninfeo degli Specchi al Palatino

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di Laura Larcan  (servizio Pirrocco/ag.Toiati)

Nel giorno del solstizio d’estate è tornato a “suonare” il Ninfeo degli Specchi al Palatino. L’acqua è la sua espressione vitale, in una coreografie di zampilli che piovono magicamente dall’alto in sincronia con i getti che fuoriescono dai fiori farnesiani scolpiti in pietra. Siamo sul pendio del colle dei Cesari, nel cuore degli Horti Farnesiani, il giardino segreto delle meraviglie che la potente famiglia del Rinascimento creò sulle rovine degli imperatori. Un luogo di delizie concepito per suggestionare gli ospiti illustri nel segno dello sfarzo e dell’estro esotico, tra piante sconosciute e uccelli rarissimi, frutto di viaggi oltreoceano che ormai battevano la rotta delle Americhe. Il potere arrivava alla famiglia da quel papa Paolo III amante del bello.

E il Ninfeo degli Specchi, creatura di suggestione pittoresca quasi del tutto sconosciuta, è il racconto perfetto di questa epopea cinquecentesca, segno tangibile delle stratificazioni storiche del Palatino. «E qui, dopo 300 anni, ritorna l’acqua. Un suono che non aveva voce dai tempi degli stessi Farnese. E il suono dell’acqua è fondamentale per capire cosa erano questi luoghi», racconta la direttrice Alfonsina Russo. Un concerto che trova degno accompagnamento nella Sesta Sinfonia di Corelli. Uno spettacolo di giochi e scherzi. Già, proprio scherzi. Perché i Farnese sapevano come divertirsi e intrattenere gli ospiti. Come quello spruzzo impertinente che si aziona all’improvviso dal terreno a pochi passi dalla vasca: «Abbiamo ripristinato il punto esatto in cui si accendeva lo scherzo degli antichi rinascimentali - spiega Gabriella Strano architetto paesaggista curatrice del progetto - Abbiamo ritrovato incredibilmente le originali condutture in piombo dell’acqua e le abbiamo rimesse in funzione». La sorpresa è assicurata anche oggi.

A guardarlo nel dettaglio, il Ninfeo degli Specchi è una raffinata scenografia di elementi architettonici e decorativi. Dobbiamo immaginarlo coperto da una volta a cupola, da cui scendeva elegantemente l’acqua con l’effetto di pioggia. Oggi resta il corpo centrale: una quinta teatrale articolata in tre grandi nicchie, dove la pietra è lavorata a finte incrostazioni per evocare grotte naturali. La superficie è tempestata di selci, paste vitree e fregi a mosaico. Le nicchie dovevano ospitare statue di satiri che rimandano all’ambiente campestre di fascinazione dionisiaca, tanto cara ai Farnese. «Una statua di satiro l’abbiamo ritrovata», annuncia Russo.

E gli specchi del titolo, come narrano le cronache, dovevano essere incastonati in questa scenografia: strategia ad arte per amplificare i riflessi, ma forse anche per evocare il simbolo della bellezza riflessa nell’acqua di Narciso. Il lavoro ha persino ritrovato il massetto originale cinquecentesco della vasca. Il ninfeo venne scavato nel 1914 durante l’impresa di Giacomo Boni in stato di rudere. D’altronde, tutto sarà abbandonato dopo l’uscita di scena dei Farnese. Chi è l’autore? «Potrebbe essere Pirro Ligorio», riflette Strano. Il grande architetto delle corti rinascimentali. Il disegno del ninfeo, le nicchie a grotta, i satiri che sorreggono gli specchi, sono soluzioni già utilizzate da Ligorio a Palazzo Farnese a Caprarola, a Villa d’Este, nei Palazzi Vaticani. «L’uso degli specchi è raro e costosissimo», aggiunge Russo.

Negli studi, è stata ritrovata anche una nota di spese di 80 scudi intestata a Ligorio per una sistemazione sul Palatino. Qui, d’altronde, si sposarono Edoardo Farnese duca di Parma e Margherita de Medici, i signori più potenti dell’epoca. E qui, tra le delizie degli Horti Farnesiani, si riunirà alla fine del ‘600 l’accademia dell’Arcadia, il famoso cenacolo di poeti, salvo, poi, essere cacciati dai nobili proprietari perché accusati di spettegolare troppo.

 

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