Papa Francesco torna a Lesbo tra i migranti: «Chiusure e nazionalismi portano a conseguenze disastrose»

Papa Francesco torna a Lesbo tra i migranti: «Chiusure e nazionalismi portano a conseguenze disastrose»
di Franca Giansoldati
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Domenica 5 Dicembre 2021, 11:30 - Ultimo aggiornamento: 14:42

Isola di Lesbo (Grecia)- Lesbo vista da lontano sembra una cartolina. Da vicino è lo specchio del fallimento comune. È triste sentir proporre, come soluzione, l’impiego di fondi comuni europei per costruire muri». Papa Francesco appare stanco, di tanto in tanto è costretto a farsi sorreggere da un monsignore del seguito mentre cammina sulla ghiaia. Non si stanca però di regalare sorrisi ai bambini afghani, siriani e iracheni che sbucano allegri da dietro le transenne. Ancora una volta è voluto andare nel lager della vergogna, avamposto scomodo dal quale si intravedono le coste della Turchia distanti appena 7 chilometri. 

Davanti a tanti volti provati ancora una volta fa affiorare il paragone tra gli hot spot e i campi di concentramento nazisti citando (non a caso) Elie Wiesel, premio Nobel e sopravvissuto a Buchenwald. «Ha scritto Elie Wiesel, testimone della più grande tragedia del secolo passato: È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché mi rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio». Il mare Mediterraneo che il Papa spesso definisce il più grande cimitero a cielo aperto dista pochissimo dalle coste turche dalle quali arrivano i migranti. Lesbo è una tappa della rotta balcanica per entrare in Germania. «Dobbiamo amaramente ammettere che la Grecia, come altri paesi, è ancora alle strette e che in Europa c’è chi persiste nel trattare il problema come un affare che non lo riguarda. E quante condizioni indegne dell’uomo! Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all’orizzonte!» dice il Papa scandendo bene le parole. La presidentessa greca Katerina Sakellaropoulou, anch'essa presente nel centro di identificazione, annuisce. La presidentessa rimarca: «la Grecia sta sopportando un peso immane ma dovrebbe essere un impegno sostenuto da altri paesi europei. Non dobbiamo permettere lo sfruttamento di profughi e migranti». 

Dietro la tenda che ospita il Papa, i volontari, le autorità elleniche, un gruppo di migranti appare bene in vista il campo profughi. I compound bianchi sono tutti allineati e numerati progressivamente. 290, 289, 288 e così via. Dentro ci vivono circa duemila persone arrivate dal Medio Oriente ma anche dall'Africa. Il campo chiamato Moria 2.0 è sorto sulle ceneri del vecchio lager andato a fuoco l'anno scorso. Dopo l'incendio è stato rimesso a nuovo, sono scomparse le tende da campeggio, le copertura di lamiera per fare posto ai compound. Come accade in queste occasioni tutto è stato tirato a lucido per la visita di Francesco. La ghiaia per drenare la pioggia caduta nei giorni scorsi  si capisce che è stata appena messa sulla strada sterrata che si affaccia sul mare. Francesco osserva che «quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose».

Ci dovrebbero vivere 8 mila persone ma per ragioni di Covid la Grecia ha stretto le maglie. Francesco era già stato a Lesbo nel 2016 e aveva potuto vedere con i suoi occhi le condizioni terrificanti in cui vivevano allora almeno quattromila profughi, tutti approdatii dalle coste della Turchia. «E' tornato perchè vuole portare l'attenzione alla grande questione delle migrazioni» spiega al Messaggero l'arcivescovo di Atene, il gesuita Teodoro Kontidis.

«Cinque anni sono passati dalla visita compiuta qui con i cari Fratelli Bartolomeo e Ieronymos. Dopo tutto questo tempo constatiamo che sulla questione migratoria poco è cambiato». La voce del Papa si fa dolente mentre chiede il rispetto dei diritti umani. La gente quando lo vede passare vicino gli urla “help-help-help”, “I love You”; c'è chi cerca di dargli un biglietto, chi ha addirittura ha fotocopiato il proprio documento di identità sperando che il suo nome non venga dimenticato. Chi si fa un selfie e chi canta.

I volontari della Caritas ricordano che il problema è e resta aperto. In Turchia attualmente vivono almeno 4 milioni di profughi che sono arrivati da diversi paesi mediorientali e pure dall'Africa con un visto turistico. Siccome la situazione economica turca sta diventando difficilissima e peggiora progressivamente queste persone potrebbero essere spinte verso l'Europa. Una grana non indifferente che allarma tutti oltre ogni limite. 

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