Vaticano, nuovo Sos per il destino di 120 mila cristiani armeni, il vescovo Minassian parla di crisi umanitaria grave

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Domenica 25 Giugno 2023, 11:50 - Ultimo aggiornamento: 14 Luglio, 13:05

Il destino di 120 mila armeni cristiani bloccati in Nagorno Karabakh da dicembre continua ad essere al centro di appelli drammatici da parte della Chiesa. Hanno fatto sentire la voce cardinali, vescovi, intellettuali e Papa Francesco. L'ultimo in ordine temporale a raccontare quello che sta succedendo nella regione contesa tra azeri e armeni - e di fatto bloccata per la crisi del Corridoio di Lachin (l'unica via di accesso che porta al Nagorno) - è stato il Patriarca di Cilicia degli Armeni Cattolici, Raphael Bedros XXI Minassian. Durante una celebrazione ha affrontato l'argomento parlando del destino degli armeni e della necessità di diffondere il messaggio di fratellanza di cui il mondo ha bisogno. 

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«In quel lembo di terra abitato da sempre da armeni che si trova circondato da territorio azero da più di 190 giorni ci sono 120 mila persone isolate dal mondo, dopo che le autorità dell’Azerbaigian hanno deciso di bloccare l’unica strada che collega la regione all’Armenia e al resto del mondo. 120 mila persone, tra cui vecchi, donne e bambini, a cui viene negata la dignità di vivere». Il corridoio di Lachin è l'unica via di accesso che permette a persone e beni di transitare. Le autorità azere lo hanno di fatto bloccato per stringere in una sorta di assedio la comunità cristiana, la cui esistenza è messa in discussione dopo la guerra persa dall'Armenia due anni fa. A questo si aggiunge la progressiva scomparsa dei simboli cristiani. L'ultimo monumento a farne le spese è la storica chiesa armena della Resurrezione, nel distretto di Lachin che, secondo i media locali, è ormai stata trasformata in moschea nonostante le proteste e le condanne delle autorità religiose cristiane. «Si tratta di un esproprio storico, si tratta della distruzione della nostra identità culturale, si tratta di una falsificazione» hanno affermato. 

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In questi giorni il primo ministro armeno Nikol Pashynian ha ricevuto una delegazione di eurodeputati.

A loro ha sottolineato che «la crisi umanitaria in Nagorno-Karabakh si sta aggravando a causa del blocco illegale del Corridoio Lachin, con una riduzione netta delle forniture alimentari, bloccate da diversi giorni». La crisi di Lachin è stata al centro di un voto da parte dell'assemblea parlamentare del Consigilo d'Europa la scorsa settimana. La risoluzione è stata bocciata per il voto contrario dei deputati turchi e azeri, di un deputato italiano (della Lega) e l'astensione di due deputati di Forza Italia, tra cui Elisabetta Gardini. 

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Da Ilgar Mukhtarov, ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian presso la Santa Sede riceviamo

Vorrei innanzi tutto ricordare che la regione del Karabakh, presentata nell'articolo come territorio conteso, è territorio sovrano della Repubblica dell'Azerbaigian, riconosciuto a livello internazionale, anche dalla Repubblica di Armenia.

Vorrei aggiungere che la strada Lachin è una parte del territorio sovrano della Repubblica dell'Azerbaigian, ed è diritto legale del mio Paese stabilire un punto di controllo e di ingresso su questa strada, all'inizio del confine tra l'Armenia e l'Azerbaigian. Presentare l'istituzione di un punto di controllo e ingresso nella frontiere tra i due paesi come una crisi umanitaria o un blocco mette in discussione la sincerità dell'Armenia nei negoziati di pace con l'Azerbaigian e mostra la sua intenzione di confondere la comunità mondiale con tali manipolazioni. La parte armena sta cercando di eludere i colloqui di pace con questa campagna di menzogne, oltre a diffamare lo Stato dell'Azerbaigian di fronte alla comunità mondiale. Ribadisco che la strada di Lachin è aperta per scopi umanitari e non vi si può constatare alcun blocco. A quanto pare, chi sostiene che la strada sia chiusa non è a conoscenza del fatto che negli ultimi mesi sulla stessa hanno viaggiato in entrambe le direzioni oltre 10.000 veicoli e persone, e delle attività del Comitato Internazionale della Croce Rossa nella zona. 

Negli ultimi 30 anni, la parte armena ha tenuto sotto l'occupazione il 20% del territorio dell'Azerbaigian ed è stata la causa del disastro di 1 milione di azerbaigiani, divenuti rifugiati e sfollati interni. Allo stesso tempo, l'Armenia continua a mantenere sotto il blocco da oltre 30 anni, Nakhchivan, unità territoriale della Repubblica dell'Azerbaigian, un'enclave situata tra la Turchia, l'Armenia e l'Iran. Come risultato della politica di occupazione di questo paese, da più di 30 anni tra Nakhchivan, che ha una popolazione di circa 500.000 abitanti, e l'Azerbaigian non esiste ancora alcun collegamento terrestre. Gas ed elettricità, così come altri bisogni umanitari di base, vengono forniti a quasi mezzo milione di persone attraverso la Turchia e l'Iran, nonché sulla base di accordi raggiunti con questi Stati. L'Armenia ostacola a ogni costo l'apertura del corridoio di Zangazur, che collega le regioni occidentali dell'Azerbaigian con Nakhchivan, e per mantenere Nakhchivan sotto blocco, impedisce l'apertura di linee di comunicazione che contribuiranno al benessere dell'intera regione.

In conformità con la Dichiarazione Tripartita firmata tra i leader della Repubblica dell'Azerbaigian, della Repubblica di Armenia e della Federazione Russa il 9 novembre 2020, la parte armena, nonostante si fosse impegnata a ritirare tutte le sue forze armate dalla regione del Karabakh dell'Azerbaigian e ad aprire le linee di comunicazione regionali, ad oggi non ha ancora adempiuto agli obblighi previsti....

In conclusione, vorrei sottolineare che la parte azerbaigiana spera di firmare un accordo di pace con l'Armenia ed è determinata nel proseguire in questa direzione. Le dichiarazioni di pace dell'Armenia non dovrebbero limitarsi alle parole, ma riflettersi concretamente nelle azioni. Stabilire un dialogo sincero e porre fine alle rivendicazioni territoriali contro l'Azerbaigian è una delle principali condizioni per la firma di un accordo di pace. Il compito principale dei leader religiosi in questi casi, invece, non dovrebbe essere quello di aggravare ulteriormente la situazione attuale, ma invitare i popoli a vivere insieme in un clima di dialogo, pace e armonia.

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