Rugby, Inghilterra abbatte gli Dei All Blacks ai Mondiali: il capolavoro di Eddie Jones dal kintsugi ai consigli di Ferguson e Guardiola Highlights

Domenica 27 Ottobre 2019 di Paolo Ricci Bitti
Rugby, Inghilterra abbatte gli Dei All Blacks ai Mondiali: il capolavoro di Eddie Jones dal kintsugi ai consigli di Ferguson e Guardiola Highlights

«I neozelandesi sono gli Dei del rugby, ma noi volevamo a tutti costi tirarli giù dall’Olimpo» ha detto Eddie Jones, il ct dell’Inghilterra, dopo la soprannaturale, inattesa e portentosa vittoria 19-7 (una meta a testa; 10-0, p.t.) contro gli All Blacks nel piovigginoso stadio di Yokohama che proietta i bianchi in finale alla Coppa del Mondo il 2 novembre.

«Dei del rugby»: nel dopopartita Jones l’ha esclamato in giapponese, la lingua della madre che l’ha però cresciuto in Australia. Ha scelto così per accentuare il senso del sacro e della fede che in quattro anni gli ha permesso di riparare con l’oro fuso i mille cocci del vaso inglese frantumato nella coppa del mondo 2015: la millenaria arte nipponica del kintsugi per portare a un passo dalla vittoria della Coppa la nazione che invece, senza la sua guida, venne cacciata addirittura nella fase preliminare dai Mondiali che essa stessa ospitava quattro anni fa.

E che resurrezione da brividi da quei giorni di lutto londinesi: vedere l’arcifavorita Nuova Zelanda, unica trionfatrice tre volte in Coppa (1987, 2011 e 2015), talmente impotente davanti alla lucida, veloce, arrembante aggressività orchestrata dai superbi inglesi non capita quasi mai visto che dalla fine dell’Ottocento gli All Blacks hanno vinto l’86% dei match (record omnisport), visto che non si ricordano i “tutti neri” senza punti in tasca per quasi tre quarti della partita, fino al 56’, quando la meta di rapina, insomma non costruita, di Ardie Savea li ha illusi di essere ridiventati la Nuova Zelanda: 13-7 dopo la marcatura fulminea di Tuilagi al 1’ e i 2 piazzati di Ford.

Macché: l’Inghilterra non ha fatto una piega e ha continuato a macinare senza pietà i sempre più terreni neozelandesi, increduli davanti ai loro stessi errori (13 turn over in 45 minuti!) causati dalla micidiale pressione dei fenomeni del luciferino generale Jones che aveva previsto tutto («Da 4 anni») e che nei giorni scorsi aveva alzato la tensione come da sempre gli riesce benissimo: «La Haka? Per me la Nuova Zelanda può cantare anche le Spice Girls». Innervosire gli avversari è l’altra sua grande specialità «perché a questi livelli le differenze sono assai ridotte e bisogna sfruttare ogni circostanza». Compreso chiedere consigli, in questi anni di ricostruzione, a sir Alex Ferguson e a Pep Guardiola.

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Proprio per fronteggiare la terrificante danza maori (Kapa o pango), Jones ha detto ai suoi di disporsi a V, come vittoria e anche come visibile manovra di avvolgimento dei tutti neri disposti a triangolo. «Non volevamo stare lì con le mani in mano» ha poi detto Owen Farrell che aveva sorriso beffardo agli All Blacks impegnati allo spasimo nella Haka guidata da T.J. Perenara.

Un capolavoro la tattica di Jones del doppio mediano (Ford e Farrell), finora poco esibita, per annientare i due registi Mo’Unga e Bauden Barrett lanciati di recente dall'amico Steve Hansen, ct della Nuova Zelanda campione del mondo la scorsa edizione.


Eddie Jones e Steve Hansen

Determinante anche la disciplina inglese, impeccabile, e la tenuta mentale che ha permesso di incassare senza contraccolpi i “niet” del Tmo (moviola) a due mete (una per tempo, la seconda parsa ai più regolare) accordate invece dall’arbitro Owens che avrebbero chiuso anzitempo il match.

E poi scatenati colossi come Maro Itoje (Mvp) o Underhill, 25 e 23 anni, capaci di martellare per 80 minuti gli attaccanti neozelandesi, alla fine smarriti per il campo: il primo, londinese di Camden nato da diplomatici nigeriani, studia cultura orientale all’università e compone poesie (pubblicate) così come distrugge con placcaggi devastanti gli avversari, un super atleta da decathlon, pure bellissimo; il secondo crediamo conquisti la linea del vantaggio metro dopo metro anche quando dorme: nessun kiwi è riuscito a fermarlo.

Fin dal primo minuto l’Inghilterra ha imposto un ritmo così frenetico al match da togliere il fiato anche agli spettatori, anzi no, perché i fedeli inglesi in tribuna non hanno mai smesso di cantare, anche durante l’Haka, “Swing low, sweet chariot”, lo spiritual ottocentesco degli afroamericani adottato negli anni 80 dai collegiali inglesi per i match di Twickenham. 

L’Inghilterra il rugby l’ha inventato e ne è la forza più trascinante (oltre 2 milioni di giocatori), ma la piccola ed ex colonia Nuova Zelanda è quella che ne ha fatto l’identità nazionale elevando alle stelle la qualità del gioco: ieri l’ex Impero ha ruggito ancora con una zampata che arriverà fino al governo laburista di Jacinda Ardern, come avviene sempre a ogni inatteso tracollo degli All Blacks che ai Mondiali non cedevano dal 2007 e che con l’Inghilterra avevano vinto le ultime 15 partite su 16 (ultimo ko nel 2012): questo per dire del rumore che ha fatto la caduta dei divini fra i quali ha annunciato il ritiro il capitano Kieran Read.

E oggi alle 10 (Rai 2) il Galles proverà a rovesciare ugualmente il pronostico contro gli altri semidei del rugby, i sudafricani, che di Mondiali ne hanno già vinti due. Di più: in 8 Coppe del mondo mai capitata una finale tra squadre dell’emisfero nord. A ogni modo i gallesi, si dice tutti concepiti su un campo da rugby, ci credono.

 

Ultimo aggiornamento: 11:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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