Rugby, Argentina subito in rosso, l'Inghilterra l'abbatte 39-10 e va ai quarti

Sabato 5 Ottobre 2019 di Paolo Ricci Bitti
dal nostro inviato
TOKYO L’onda d’urto compressa nel Tokyo Stadium, da God save the Queen in poi, è poderosa, travolgente, scuote l’anima e fa rizzare i capelli sulla nuca anche se non si è inglesi. Anzi, se non si è inglesi, quei cori, quei canti, quell’orgoglio di avere invaso il Giappone in 40mila, mettono proprio soggezione durante tutta la sfida fra Inghilterra e Argentina che dà fuoco alle polveri all’ora del tramonto nella baia della Capitale tinta di rosa e arancione.

Si battaglia per passare ai quarti di finale della prima coppa del mondo di rugby ospitata in Giappone e alla fine è 39-10 (15-3 p.t) per i bianchi: non c’è stato insomma quel match “tirato” tra i Pumas, pure accreditati di qualche speranza anche se delle ultime 12 partite ne hanno vinto solo una (Tonga…) e l’Inghilterra, che aveva sulle spalle la pressione di tutto il paese, a partire dall’upper class che dalla metà del 1.800 ha fatto del rugby il suo sport prediletto.

La pressione era spaventosa perché alla Coppa del Mondo di quattro anni fa, quella allestita proprio in Inghilterra, i padroni di casa erano drasticamente usciti già nella fase preliminare come non era mai accaduto nelle sette edizioni precedenti della Coppa intitolata a Williams Webb Ellis, il leggendario del fondatore del “footbal giocato alla maniera della città di Rugby”.

Una debacle epocale, un lutto nazionale: gli inglesi sbeffeggiati nel loro regno dove questo sport è nato e dove conta due milioni di tesserati, più di tutti quelli di Irlanda, Scozia, Galles, Francia e Italia messi insieme.

Sulle macerie lasciate da Lancaster, il ct Eddie Jones ha ricostruito una dimora solida spesso anche bella da vedere e non solo estremamente efficace. E adesso, proprio con lui, nippo-australiano,l’Inghilterra vuole vincere la Coppa del Mondo.

Battere l’Argentina, la prima vera tappa di montagna del suo Mondiale, poi anche la Francia per garantirsi il primo posto nella Poule. Ma anche gli Argentini, ko di misura con la Francia, avevano chance di passare ai quarti se avessero saputo come tenere testa all’Inghilterra. Senza dimenticare, sullo sfondo, la storica rivalità tra Regno Unito e Argentina per l'irrisolta questione delle Isole Malvinas.

Epperò questo risiko ad alta tensione è crollato quando l’arbitro gallese Nigel Owens ha cacciato già al 17’ l’argentino Lavanini per un placcaggio duro su Farrell: bastava un giallo ma in questa partita il gallese non è stato all’altezza del suo essere il numero uno mondiale degli arbitri. Si era, in quel momento, sul 5-3 per gli inglesi, spinti dai canti dei 40mila fedeli (su 48.158 spettatori) in pellegrinaggio in Oriente. Un tifo possente: tutti in maglia bianca con la rosa rossa di Lancaster sul petto, tutti in piedi a cantare l’inno e poi Sweet love Sweet Chariot e poi anche ad accompagnare con boati tellurici ogni azione dei bianchi, ogni decisione dell’arbitro.

Così, in 14 contro 15 in avvio di partita, l’Argentina ha capito che non avrebbe mai potuto ribaltare il pronostico, anche se poi è restata aggrappata agli avversari per mezz’ora subendo solo due mete (Farrell e Youngs) dopo quella iniziale di May.


Commovente la dedizione di ogni Pumas di fronte agli arrembaggi di giganti come Itoje e frecce come May e Watson: stringendo i denti a ogni mischia, raddoppiando i placcaggi, sputando sangue per correre dietro quei demoni ieri in maglia rossa che sbucavano da tutte le parti, tutti pronti a tenere vivo il pallone sfiancando i rivali un assalto dopo l’altro: dal 47’ è calato definitivamente il sipario su quella che doveva essere una lotta alla pari e che invece si è subito sbilanciata per quel rosso eccessivamente servero. Peccato, anche se resta da ricordare come si onora la maglia pur sapendo che match come questi non possono essere vinti.

Ricapitolando, sei mete per gli inglesi, implacabili e implaccabili, alti, veloci, belli anche da vedere, e una sola marcatura per l’Argentina, quella della bandiera che in questa occasione non è una frase fatta ma il frutto dell’orgoglio di una squadra in cui si riconosce tutta la nazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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