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Rugby All Black, fondo Usa offre 276 milioni di euro per l'Haka simbolo degli All Blacks, i giocatori: «La nostra Storia non è in vendita»

Giovedì 1 Aprile 2021 di Paolo Ricci Bitti
All Blacks, fondo Usa offre 276 milioni di euro per diritti sull'Haka: «La storia non è in vendita»

Rugby All Black All Blacks Haka

Per quanto vi sembrerà strano, ci sono giocatori professionisti che preferiscono rischiare di essere pagati di meno e persino di perdere il contratto invece che vendere la Storia della maglia “tutta nera” con la felce argentea che spicca sul loro petto. Invece che guerreggiare con orgoglio la Haka, la danza Maori, per arricchire qualcuno che non fa parte degli All Blacks del rugby, la nazionale più vincente in assoluto da quando l’uomo ha trovato il tempo di fare sport.

Il braccio di ferro infiamma la Nuova Zelanda che almeno s’è lasciata alle spalle il Covid: da una parte la Federazione che piange perdite pesanti (45 milioni di euro, un terzo del budget) dopo la stagione della pandemìa che ha mandato a carte quarantotto i calendari, dall’altra l’associazione dei giocatori che con una lettera di 8 pagine ha bocciato la favolosa offerta di 276 milioni di euro che il fondo americano Silver Lake ha messo sul piatto per il 15% dei diritti commerciali degli All Blacks (danza Maori compresa) che valgono un Perù, tanto che aziende come l’Adidas riservano contratti ultradecennali solo ai “tutti neri”, nel tempo libero vestiti dalla veneta Replay.

Per il fondo Usa il marchio “tutto nero”, in cui si identifica anima e corpo una nazione di 4,5 milioni di abitanti agli antipodi dell’Italia, è fra i primi 5 al mondo e vale 1,7 miliardi di euro (il colosso Manchester United arriva a 3,1). Il rugby a 15, insomma, è diventato professionistico solo nel 1995 e disputa la Coppa del Mondo solo dal 1987 (Inghilterra e Irlanda erano contro!), ma ha bruciato in fretta le tappe salvo poi scoprire che per tenere in piedi la baracca serve un mucchio di soldi.

Ed ecco l’americano Cvc che ha appena comprato con 350 milioni di euro il 14% del Sei Nazioni, per dire della corsa al rugby di questi fondi che mirano al sodo, al profitto. Adesso l’Union neozelandese tre volte campione del mondo (record diviso con il Sud Africa) insiste sul fatto che non perderà il controllo del vapore e che quei dollari saranno benedetti anche per diffondere il rugby fra i giovani kiwi si teme non più così calamitati da mete e placcaggi come i loro antenati. 

«Non vendiamo 129 anni (in realtà 133, ndr) anni di Storia - scrive però l’associazione dei giocatori, donne comprese, che ha il potere di veto - e il talento e i risultati raggiunti perché siamo quelli che siamo: nessun altro l’ha fatto perché nessun altro avrebbe potuto farlo».

La polemica coinvolge ovviamente pure l’Haka, anche se va ricordato che dopo le prime e un po’ impacciate esibizioni esclusivamente nei tour all'estero dal 1888 in poi, solo dal 1987, in occasione dei primi mondiali in casa, la danza-rito di guerra Maori ha guadagnato la fama mondiale finendo per assumere - neozelandesi contenti dei contanti - anche le connotazioni di un marchio commerciale.

Un ancestrale rito Maori divenuto nel tempo folklore (previsti anche mantelli piumati e clave tribali) inscenato a beneficio degli ospiti d'oltremare, poi prepartita a cui non dedicare troppa importanza e allenamenti, poi dal 1987 vera e propria dichiarazione di guerra agli avversari e infine componente imprescindibile di ogni partita delle nazionali All Blacks (ci sono quelle solo con Maori, quella femminile e quella a 7. Haka in sè significa solo danza, quella più conosciuta è la Ka Mate.

Gesti (i Maori parlando con ogni parte del corpo quindi se strabuzzano gli occhi e tirano fuori la lingua non è per vezzo), schieramenti e toni sono provati e riprovati dalle squadre perché non sono ammesse incertezze in questo rito che "carica" il XV neozelandese al punto che sempre più spesso ci si è domandati se è lecito continuare a permettere agli All Blacks di avvantaggiarsene. Se lo chiedono soprattutto le squadre che hanno qualche chance di batterli e non certo l'Italia che fra estate e autunno li affronterà, Covid permettendo, ben tre volte (due laggiù). Certo che Haka dopo Haka, marchio o non marchio, il rito ha finito per assumere un aspetto commerciale che inevitabilmente almeno un po' cozza contro l'originale sacralità. Un odore di business che, insieme a tutto il pacchetto degli invincibili All Blacks, ha appunto attirato il fondo Silver Lake. 


IL SEI NAZIONI 


Le iniezioni di denaro nel corpaccione del rugby del resto hanno già innescato parecchie varianti e non tutte propriamente positive, vedi l’amara emigrazione dei giovanissimi talenti dalle povere isole del Pacifico (prima tappa spesso in Nuova Zelanda e poi Inghilterra e Francia) oppure la lievitazione dei fisici dei giocatori pro’ che produce scontri micidiali.

Un’avvisaglia che toccò il mito e lo spirito stesso del gioco risale poi al 1993, due anni appena prima della svolta pro'. Per 110 (centodieci) anni il Torneo allora delle 5 Nazioni aveva prosperato in ogni senso anche senza classifica, compilata solo dai giornali. L’unica coppa era la Calcutta disputata fra Inghilterra e Scozia, tutti gli altri trofei erano virtuali, frequenti gli ex aequo (due punti per la vittoria e uno per il pareggio) senza che alcuno facesse una piega o festeggiasse un grammo di meno: Grand Slam, tutte vittorie; Triplice Corona, l’anglosassone che batte le altre 3; Cucchiaio di legno, tutti ko. Meraviglioso e unico. Nel 1973 fecero festa in cinque: tutti primi a quota 4 punti (o magari tutti ultimi?). Un capolavoro. Ma nel 1993 lo sponsor del Torneo, una banca, volle più visibilità e cesellò una coppa che non poteva essere divisa: così si introdusse la differenza punti fatti/subiti, e poi 4 anni fa, il cervellotico punteggio australe e i bonus "offensivi" e "difensivi", orpelli per una competizione che attraversa tre secoli.

Ecco stravolta l’anima del Torneo ora identico agli altri nel valutare inutili gerarchie, ché ogni match del Sei Nazioni è (purtroppo Italia a parte in questi ultimi anni) una durissima finale senza bisogno di orpelli. Ecco l’amore per la Storia del gioco che difendono, più del loro stipendio, i giocatori All Blacks.

Paolo Ricci Bitti

LA STORIA

 

LA PRIMA Rara rappresentazione dell’Haka (The Illustrated London News) del 1888. I giocatori indossavano mantelli di piume e non erano per nulla minacciosi

LO SPOT Una reclame del 2007 (lancio della Fiat Idea) con mamme “guerriere” irritò i Maori per l’uso dell’Haka «culturalmente insensibile e inappropriato». Poi scuse e pace. Per fortuna, invece, in Nuova Zelanda non videro lo spot, sempre italiano, di un dentifricio anti placca (Plaka, sic).

 

Alla Coppa del mondo del 1987, la prima, Wayne "Buck" Shelford rilanciò la haka "Ka mate" (poi affiancata da quella ancora più guerresca Kapa O Pango) ponendo le basi per farla diventare il più conosciuto biglietto da visita degli All Blacks. Per guidare l'Haka bisogna avere almeno un ottavo di sangue Maori.

Ultimo aggiornamento: 2 Aprile, 21:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA