MILANO

Prima alla Scala: la Traviata che divide
applausi a Damrau, contestato il regista

Domenica 8 Dicembre 2013 di Rita Sala
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Non champagne, ma whisky, probabilmente di pessima qualitŗ. Non l’eterea creatura conosciuta e descritta da Dumas figlio, fragile donna di vita che muore di tisi e d’amore bens√¨ un’esperta puttana in carne che, mentre la musica di Verdi fa comparire in filigrana il sentimento fatale del quale rimarr√† vittima, s’ingolla di pasticcini e batte cameratesche manate sulle spalle di un Alfredo sciocchetto e patatone.

Alfredo che, nel secondo atto, ambientato in una cucina affollata di tutto, si lega in vita un grembiule e stende la pasta della pizza (o della quiche lorraine) in omaggio a un legame ormai coniugalizzato e sull’orlo del bigodino. Un Alfredo istericuccio e immaturo il quale, dopo aver saputo della partenza di Violetta, prende ad accettate con il coltello da arrosto, sotto gli occhi di pap√† Germont, incolpevoli zucchine. E lei, la Traviata? B√®, dopo essersi mostrata sciatta, assuefatta e persino un po’ femminista nella cucina della tranquillit√†, si lascia convincere da Germont a non fare la rovinafamiglie e torna alle follie di Parigi, ma lasciando scritto su un enorme biglietto rosso dove sar√† possibile trovarla.

LO SPETTACOLO

La Traviata della Scala, che ha inaugurato ieri sera la stagione della Fondazione lirica milanese, sul podio Daniele Gatti, regia del russo Dmitri Tcherniakov, √® riuscita ad essere, al di l√† d’ogni preconcetto e con tutto l’amore dovuto al Teatro lirico pi√Ļ famoso d’Italia, anche uno spettacolo comico. Il direttore (colpevole di alcuni scivoloni, ad esempio la cabaletta di Giorgio Germont nel secondo atto, No, non udrai rimproveri, suonata a ritmo di valzerino klezmer) ha adottato per il resto tempi generalmente lenti e scanditi, sia pure con accelerazioni improvvise, forse deputate a sottolineare lo sconquasso del mondo drogato, venale e volgare di cui sono prigionieri Violetta e gli altri nella lettura di Tcherniakov. Il segno registico √® infatti cos√¨ forte da coprire le scelte descritte nei giorni scorsi dal maestro. Un po’ come accade delle camelie, languide e inodori in Dumas e in Verdi-Piave, vengono trasformate qui in sfacciati papaveri giganti.

ATTUALIZZAZIONI

Quanto lontani il garbo e la pertinenza di un’altra attualizzazione spinta, quella di Robert Carsen per la direzione di Lorin Maazel, nel 2004 alla Fenice di Venezia. Anche in quel caso il regista accent√≤ la dissolutezza della societ√† in cui si muove Violetta (si trattava di un’ambientazione anni Settanta); l’intervento interessato di Germont padre (che abbracciando la ragazza gettava uno sguardo all’orologio); la solitudine estrema della fine dell’et√®ra (in una stanza con la carta da parati strappata, vicino a un televisore acceso, coperta solo da una sottovestina di raso nero e illuminata dal neon di una stanza da bagno aperta). Nulla per√≤ risultava, n√© volutamente n√© per caso, ostile o cafone. Nel terzo atto, ieri sera alla Scala, il pentito Alfredo si presenta invece alla morente con un bouquet di fiori per i quali cerca un vaso (dove li sistema) e una scatola di dolci (che apre, tentando di far mangiare all’amata un pannoso pasticcino). Lei, intanto, √® una furia scatenata in pantofole con il ponpon di asprit. E Annina, zazzera rossa da maitresse portata per tutta l’opera, vaga qua e l√†, inutile fantasma. Il pubblico, alla fine non ha perdonato, buando e fischiando pesantemente e a lungo Tcherniakov, Anche Gatti ha ricevuto palesi e ripetuti dissensi, bench√© misti ad applausi. I maggiori consensi sono andati a Diana Damrau che, pur avendo scheggiato note fatidiche nel primo atto, ha fatto il suo massimo: da una parte per non tradire Verdi nelle parti drammatiche dell’opera, che non le sono congeniali; dall’altra per rendere il personaggio secondo le indicazioni ricevute. Dopo un bell’Addio del passato e tanta grinta nel Gran dio morir si giovine, la sua Violetta √® stata costretta a lasciare il mondo terreno senza alzarsi da una sedia. Sigh. Buato l’Alfredo di Piotr Beczala, invero non all’altezza. ¬éeljko Lucic ha conservato al suo Germont padre, ad onta delle giacche a scacchi, una linea e uno stile: consensi per lui. Mara Zampieri, l’Annina dalla chioma rosso fuoco che sbatte tutti fuori casa all’epilogo, ha recitato, non cantato. Singolari e schematiche le luci di Gleb Filschtinsky. Vintage, ma relativi ad epoche differenti, i costumi di Elena Zaytseva, che danno (√® probabile volutamente) l’idea del raffazonamento da bordello. Verdi? Era comunque presente. Il suo titolo rimane un capolavoro, il pi√Ļ rappresentato al mondo. Ma il maestro delle Roncole di Busseto deve aver pensato per un attimo a ci√≤ che scrisse dopo il debutto assoluto dell’opera: ¬ęLa Traviata ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso…¬Ľ.

Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 18:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA