Philip Seymour Hoffman e John Le Carré, coppia d'assi per La spia

Philip Seymour Hoffman (a destra) con Nina Hoss e Herbert Grönemeyer in una scena di La spia, diretto da Anton Corbijn
di Fabio Ferzetti
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Martedì 28 Ottobre 2014, 17:23 - Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 18:26

​Chiusura in grande stile con un film ad alto rischio. Portare sullo schermo Le Carré non è mai una passeggiata ma il cupo e accurato La spia/A Most Wanted Man di Anton Corbijn era l’ideale per chiudere l’ultima, altalenante edizione del Festival del Film di Roma con un omaggio molto applaudito al rimpianto Philip Seymour Hoffman. Qui oltre ogni elogio nei panni di un grigio e inappuntabile spione tedesco che oltre a difendere la sicurezza del mondo tiene alto l’onore di una professione sempre più bieca. In perfetto stile Le Carré.

La voce roca, il ventre debordante, la sigaretta sempre fra le dita, Gunther Bachmann (Hoffman) dirige una piccola e non sempre ben vista unità antiterrorismo ad Amburgo, la città in cui fu elaborato l’attacco dell’11 settembre (il romanzo dietro il film, Yssa il buono, è del 2008). Asserragliato in poche stanze con un pugno di fedelissimi (tra cui la star tedesca Nina Hoss in un ruolo carico di sottintesi), Bachmann deve gestire l’arrivo in città di un giovane ceceno sospetto (Grigoriy Dobrygin), lasciandolo libero quanto basta a stanare pesci più grossi. Anche se le altre agenzie lo incalzano e vorrebbero arrestare quel clandestino al più presto rovinando un lungo e delicato lavoro di intelligence.

La faccenda già aggrovigliata si complica quando la bella e democratica avvocatessa Rachel McAdams prende sotto la sua ala il ceceno, che ha una schiena martoriata dalle torture russe e un’oscura storia famigliare alle spalle. Oltre a tenere a bada i rivali scalpitanti e l’impenetrabile agente Cia Robin Wright, Bachmann deve infatti far “collaborare” un azzimato banchiere legato al ceceno da un complesso gioco dinastico (il luciferino Willem Dafoe). E soprattutto convincere la platea che malgrado le mosse ambigue e i modi spicci, il suo spione malvestito e in rotta con tutti i superiori è l’unica figura decente rimasta in città.

Non era facile comprimere un intrigo e dei personaggi così complessi in due ore o poco più. Ma il regista e fotografo Corbjin (suo il notevole Control) più che su ritmo e tensione punta sulle atmosfere. Costruendo intorno a Hoffman la cornice ideale per esaltare un’interpretazione tutta finezza, profondità e rabbia trattenuta (anche se non per sempre...). Le Carrè ha dichiarato pubblicamente tutta la sua ammirazione per il lavoro del grande attore. Adesso lo sappiamo: non era marketing.

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