Libia, Gentiloni: se il dialogo fallisce, pronti a combattere

Venerdì 13 Febbraio 2015 di Alberto Gentili
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Scatta l’allarme-Libia. E questa volta non solo per le ondate di migranti verso le nostre coste. La notizia dell’offensiva di miliziani dell’Isis a Sirte, spinge Matteo Renzi ad accelerare sulla strada della formazione di una forza di interposizione sotto l’egida dell’Onu a guida italiana: «Noi siamo pronti a fare la nostra parte», ha annunciato il premier. E il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, è stato ancora più chiaro: «L'Italia è minacciata dalla situazione in Libia, a 200 miglia marine di distanza dalle nostre coste. Ci sono notizie allarmanti sulla presenza dell'Isis a Sirte e allora con l'Onu e nel quadro della legalità internazionale, se non si trova una mediazione si dovrà fare qualcosa in più. L'Italia è pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale».



“Combattere” è un verbo impegnativo in diplomazia. Le missioni Onu sono di peace-keeping (mantenimento della pace) o di peace-enforcement (imposizione della pace anche con le armi). E il riferimento di Gentiloni fa pensare a questa seconda soluzione. Ma la strada è ancora lunga. Il commissario dell’Onu Bernardino Leon sta tuttora tentando di mettere i vari contendenti di fronte a un tavolo. Inutilmente. Così Renzi vuole spingere la comunità internazionale a compiere un passo ulteriore, convincendo l’Onu della necessità di una risoluzione che autorizzi l’invio di truppe. Tant’è che ne ha parlato giovedì alla cena dei 29 capi di Stato dell’Unione europea: «Non c’è solo l’Ucraina a minacciare la pace in Europa, c’è anche l’emergenza libica. Se non interveniamo quella zona diventerà una polveriera». Se il premier italiano ha ricevuto ascolto lo scopriremo in uno o due mesi. Non prima. Ultimo aggiornamento: 20:24

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