Usa, primo processo contro le mutilazioni genitali delle bambine

(Foto Ansa)
di Anna Guaita
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Venerdì 15 Settembre 2017, 22:56 - Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 20:01

NEW YORK – Farà storia. Sarà il primo processo intentato dalla giustizia federale Usa contro individui colpevoli di aver praticato la mutilazione genitale a delle bambine. Ieri altri due nomi si sono aggiunti ai sei degli imputati già incriminati. E questi ultimi nomi appartengono a due mamme che un anno fa avevano portato in automobile le loro figliolette di sette anni dal Minnesota al Michigan, perché venissero sottoposte alla barbara pratica.

Il processo si inaugurerà il 10 ottobre, a Detroit. Il procuratore distrettuale Sara Woodward ha potuto trovare le prove dell’intervento su otto piccole vittime, ma è convinta che il medico incriminato e i suoi due complici abbiano mutilato almeno un centinaio di bambine di età compresa fra i sei e gli otto anni.

Il processo è il risultato di un’inchiesta aperta dall’allora direttore dell’Fbi, James Comey, più di un anno fa. L’inchiesta si è poi allargata – ed è ancora in corso - anche alle città di Chicago, Los Angeles e New York: «Questo – aveva detto Comey lo scorso maggio, quando i nomi degli imputati sono venuti alla luce – è il nostro lavoro più importante: proteggere i bambini».

Il caso si concentra sulla dottoressa Jumana Nagarwala, che operava nella Burhani Medical Clinic di Detroit, di proprietà del dottor Fakhruddin Attar e di sua moglie Farida Attar. Attar e la moglie hanno ammesso di aver lasciato che la dottoressa effettuasse le "circoncisioni", denunciandole come “interventi per infiammazioni genitali”.

Tutti e tre appartengono a una setta musulmana originaria dell’India, la Dawoodi Bohra, il cui leader locale, Syedna Mufaddal Saifuddin, continua a insistere – in violazione delle leggi federali e statali Usa – che “il taglio va fatto”.

Il dottore afghano Mohammed Arsiwala, che dirige in Michigan una catena di cliniche, denuncia che la pratica continuerà fino a che i leader religiosi non «smetteranno di insistere che le bambine siano sottoposte alla mutilazione». Arsiwala collabora con la fondazione umanitaria Aha, la cui missione è di combattere ogni forma di violazione del corpo della donna. Arsiwala è convinto che il processo che si aprirà fra due settimane contribuirà per lo meno a strappare il velo dell’omertà che finora ha contagiato tutta la comunità Dawoodi Bohra: «Nessuno ne voleva parlare. Ma ora che il bubbone è scoppiato, tutti ne vogliono parlare».

E’ la prima volta che la giustizia federale Usa intenta un processo per mutilazione genitale, nonostante la pratica sia vietata dal 1996. L’anno precedente, il 1995, in un intervento appassionato alla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne a Pechino, l’allora first lady Hillary Rodham Clinton chiese ai Paesi del mondo di combattere alcune delle più orribili violazioni dei diritti delle donne, e fra questi anche le mutilazioni genitali. L’anno seguente, il Congresso Usa ascoltava la sollecitazione della first lady e stabiliva che interventi del genere su minorenni costituiscono un “crimine federale”.

E oggi arriviamo al primo processo federale ispirato da quella legge.

Gli imputati sono otto, e fra essi non ci sono solo i medici che hanno eseguito e facilitato le mutilazioni, ma anche alcune mamme che hanno portato le proprie bambine sotto i loro ferri. I loro avvocati difensori hanno già fatto sapere che si appelleranno al diritto di libera scelta in materia di religione. Ma numerosi esperti hanno sostenuto che in realtà la mutilazione non è richiesta da nessun testo sacro di nessuna religione, nonostante i musulmani, i cristiani e gli ebrei che la praticano siano convinti che si tratti di un atto di fede.

                                                                                                                                                                                            

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