Egemonia tedesca/La prova della verità per l’Europa nel pantano

Giovedì 29 Settembre 2016 di Giulio Sapelli
Matteo Renzi è dinanzi alla prova della verità, e con lui tutta la Ue. Annunciando il profilo della legge di Stabilità, il premier ha pronunciato una frase che è la chiave di tutto: «Rispetteremo le regole europee anche se non le condividiamo». In questa breve frase sta tutto il dramma che scorre davanti a noi. Mario Draghi è stato chiamato a giustificare di fronte al Bundestag, il Parlamento tedesco, la sua politica monetaria e vi si è recato con una discutibile buona volontà pronto ad affrontare gli strali di parlamentari addestrati dal ministro delle Finanze tedesco Schauble, per rendergli la vita difficile come si è ampiamente lasciato intendere nelle ore che precedono questa inconsueta manifestazione di potenza. Manifestazione che pone in discussione i tanto proclamati appelli all’indipendenza delle banche centrali e soprattutto all’indipendenza della più centrale di tutte le banche europee: appunto la Bce.
È un atto di sfida, quello del Bundestag. Ma non è da meno l’altro avvenimento berlinese di ieri. Juncker, Merkel e Hollande si sono riuniti senza Renzi per discutere delle questioni industriali e in generale economiche del continente. Alla riunione ha fatto seguito l’incontro di questo nuovo improvvisato triumvirato con la leadership europea degli industriali. E quindi anche alla presenza della presidente della Confindustria europea, Emma Marcegaglia che con il solo suo porsi bene esprime il primato industriale italiano in Europa.

Presenza che rende ancora più stridente l’assenza del primo ministro italiano. E la Marcegaglia sarà della partita con il Commissario Europeo allo sviluppo digitale, Ghunter Ottinger.
Tutto è molto grave e rende manifesta la crisi della cuspide di comando europea. Nei giorni scorsi Renzi aveva risposto a una domanda contenuta in una intervista con il Washington Post, affermando che tutto era nelle mani della Germania per quel che riguardava la possibilità che l’Italia sostituisse il Regno Unito nel gruppo di vertice dell’Ue dopo la Brexit. «Tutto dipenderà dall’atteggiamento tedesco». E di questo infatti si tratta. Draghi dinanzi al Bundenstag, Renzi escluso dal triumvirato, la legge di stabilità che attende di essere approvata da una tecnocrazia europea che dovrà pronunciarsi sui decimali del Pil confrontandolo con le risorse impegnate o che dovrebbero essere impegnate per affrontare le angosciose questioni degli immigrati e del terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale: tutto fa parte di un meccanismo che potrebbe disgregare l’Europa.

E occorre far bene i conti per non violare di pochi miliardi di euro la cosiddetta clausola di salvaguardia. Se non la eviteremo non potremo abbassare l’Iva e forse neppure agire sulle pensioni come il governo si apprestava a fare. Un balletto angoscioso e penoso insieme che si svolge sotto lo spiegamento di forze delle potenze pro austerity. Che ad esse appartenga la Germania non fa specie: essa guida quelle nazioni con la sua forza storicamente concreta. Ma è veramente singolare l’atteggiamento della Francia che - se si dovessero rispettare i parametri burocratici che si sbandierano per intimorire l’Italia - non dovrebbe appartenere al blocco dei seguaci dell’austerity per il pessimo stato dei suoi conti pubblici. Ma se invece guardiamo alla Francia come grande potenza con ambizioni imperiali quale essa è, allora il discorso cambia e comprendiamo come la “grandeur” francese sia funzionale al dominio tedesco perché ne consente la perpetuazione senza un pericoloso isolamento, dando alla Francia la possibilità di dispiegare la sua forza non in Europa ma in Nord Africa, dove enormi sono gli interessi e le ambizioni imperiali francesi.
Il primo compito dell’Eliseo è oggi mortificare l’Italia in Europa per intaccarne l’influenza in Libia e in Egitto dove vantiamo presenze e primati secolari. Ecco un altro gioco di specchi europeo. La Francia asseconda il delirio di onnipotenza ordoliberistico tedesco, reazionario e pericolosissimo per la crisi economica permanente in cui ci riduce, imponendo a tutti bassi salari e bassi costi per importare a poco prezzo beni che si rivenderanno a prezzi alti consentendo un surplus commerciale che non fa che provocare deflazione non solo in Europa ma anche negli Usa. Renzi è solo in Europa, o almeno così è oggi. Ma per nostra fortuna gode non a caso dell’appoggio degli Usa che si esprime in molteplici forme come i fatti di questi giorni mi pare dimostrino indelebilmente con il culmine dell’invito a cena da parte del presidente Obama.
Questo tuttavia non sostituirà mai la necessità di continuare a battersi per una Europa condivisa piuttosto che dominata, dove la sovranità si fonda con solidarietà ragionata e non pelosa, nella sempre più necessaria riscrittura radicale dei patti fondativi europei.
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