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Macron in calo, Marine Le Pen (che si smarca da Putin) in crescita: domani primo turno presidenziali, il presidente trema

Francia, elezioni presidenziali, domani la sfida tra Macron e Le Pen: il presidente trema, Marine si smarca da Putin. I 6 candidati
di Francesca Pierantozzi da Parigi
13 Minuti di Lettura
Sabato 9 Aprile 2022, 09:12 - Ultimo aggiornamento: 10 Aprile, 14:02

PARIGI Quasi 49 milioni di francesi sono chiamati a votare domani per il primo turno delle presidenziali. Quanti andranno davvero ai seggi è la prima grossa incognita di un’elezione che non riguarda soltanto la Francia e l’Eliseo, ma l’Europa, gli equilibri economici e strategici, le alleanze. L’astensione potrebbe essere storica, sfiorare il fatidico 28,4 per cento del 21 aprile 2002 che mandò al ballottaggio con Jacques Chirac Jean Marie Le Pen al posto del favoritissimo premier Lionel Jospin.

 

Fu un terremoto, uno choc. Oggi è invece quasi senza scosse che Marine Le Pen si prepara al secondo duello con Emmanuel Macron, dopo quello, da cui uscì a pezzi, di cinque anni fa. I pronostici sono unanimi, ci sarà una riedizione del ballottaggio del 2017, a meno di un colpo di scena e di una rimonta poderosa (la dinamica c’è) del leader della gauche radicale Jean-Luc Mélenchon. Gli ultimi sondaggi erano unanimi: Marine Le Pen potrebbe davvero farcela, portare l’estrema destra all’Eliseo. La campagna è cominciata in sordina schiacciata dalla pandemia, poi non è riuscita a decollare, occultata dalla guerra in Ucraina, alla fine ha subito un’accelerazione improvvisa: nelle ultime due settimane quello che sembrava un risultato annunciato (Macron bis all’Eliseo) ha cominciato a barcollare, Le Pen ha continuato la rimonta (mai successo per lei a ridosso del voto), Mélenchon si è imposto come terzo incomodo, il presidente è stato costretto a scendere “seriamente” in campo, dopo aver pensato di poter vivere della rendita di popolarità derivata dal ruolo di mediatore nella crisi ucraina. E da lunedì via alla campagna per il ballottaggio, con le cifre che indicano tutte una finale al fotofinish tra Macron e le Pen.

Francia, domani le presidenziali: “fattore guerra”, perché Marine Le Pen può vincere al ballottaggio

I candidati

Emmanuel Macron, giù nei sondaggi: il presidente uscente trema

Lo chiamavano “Zeus”. “Jupiter”, in francese: per quell’idea verticale del potere, e per le pose e i toni ieratici, come quella passeggiata inaugurale la sera che fu eletto presidente, il 7 maggio 2017, lui, baldanzoso 39enne, che attraversa da solo, a passo tardo e lento, il cortile del Louvre, piramide illuminata sullo sfondo. Alla fine dei conti del Quinquennio, Emmanuel Macron sarà stato piuttosto un presidente “camaleonte” (dixit Le Monde), costretto a lasciare l’Olimpo e ad adattarsi alle crisi sulla Terra, più dirompenti di quanto avesse previsto: i Gilets Jaunes, la pandemia, la guerra.


IL PIÙ GIOVANE
Cinque anni fa l’ex ministro dell’Economia di François Hollande, già ex banchiere Rothschild, mai passato per un’elezione in vita sua, diventava il più giovane presidente della repubblica francese. Arrivava all’Eliseo con l’intenzione di rivoluzionare il paesaggio politico, lui, “né di destra né di sinistra”, un partito-movimento confezionato ad hoc, La République en marche, outsider in tutto, nei modi, nelle idee, nella vita privata anche, con la relazione “fusionale” con Brigitte, la moglie e ex professoressa del liceo, 24 anni di più. La rivoluzione un po’ c’è stata, ma forse non proprio quella che aveva in mente lui. Nel 2017 vinse il ballottaggio con Marine Le Pen con il 66 per cento dei voti e un’astensione record. I sondaggi gli pronosticano oggi una riedizione del duello con la candidata di estrema destra, che potrebbe addirittura perdere: lo scarto tra i due non ha smesso di ridursi negli ultimi giorni, le Pen in costante rimonta, lui sempre in calo, ieri erano ormai testa a testa in un paesaggio politico sì sconvolto, ma anche qui, non proprio come aveva immaginato.

 

Colpa di Macron? I giudizi sul presidente sono estremi quanto la sua personalità: i sostenitori lo adorano, gli oppositori lo detestano. Finisce il mandato con una popolarità comunque superiore a chi lo ha preceduto, Hollande e Sarkozy, potendo vantare un programma almeno parzialmente realizzato (soprattutto alle voci Lavoro, Istruzione e Difesa) ma anche lo stigma di “presidente dei ricchi”, (pesa una delle primissime misure, l’abolizione della patrimoniale) “lontano dalle preoccupazioni della gente” (si ricordano le sue uscite brutali «sei un ragazzo che non trova lavoro? ma attraverso la strada e te lo trovo io»), “arrogante”. Caratteristiche che tornano a stargli incollate all’abito più di quelle di buon gestore della pandemia (la decisione di non richiudere nel gennaio 2021 e di tenere aperte le scuole è generalmente apprezzata) o di Grande Mediatore nella crisi ucraina. La guerra di Putin lo ha esonerato dal fare una vera campagna e lo ha portato a dichiararsi candidato alla sua successione all’ultimo minuto disponibile, il 3 marzo.

Il programma, presentato con una conferenza stampa fiume e celebrato in un unico grande meeting all’americana, segna una svolta liberal e più a destra sull’economia (dal sarkozysta «lavorare di più per guadagnare di più», alla pensione a 65 anni ai sussidi contro ore di attività obbligatoria, ai 10 miliardi di sgravi fiscali per le imprese), con incursioni più progressiste sulle riforme sociali: aumento a 1100 euro della pensione minima, accelerazione massiccia sulle energie rinnovabili (ma mantenendo il nucleare). L’ultima linea retta prima del voto di domenica si rivela difficile: pesa lo scandalo rivelato dalla corte dei conti di un massiccio ricorso del governo a società di consulenza private, come l’americana McKinsey, e anche il sussulto della campagna di Le Pen, in costante rimonta. Ma a chi gli chiede che farà se non sarà eletto, risponde: «Non ho certo tempo per pensare a queste cose».

 

Marine Le Pen, la sfidante: la mossa di smarcarsi dallo zar Putin (milioni di volantini al macero)

La prima telefonata di Marine Le Pen, se mai venisse eletta presidente della Repubblica, sarà per Giovanna d’Arco. Sì, l’eroina cristiana che nel Medio Evo difese il trono del re di Francia contro gli inglesi. Lei stessa parlando in tv lo ha confidato in novembre a Karine Le Marchand, autrice di “L’Ambition intime”, programma seguitissimo sui risvolti privati dei personaggi pubblici. E pensare che dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la distruzione di Mariupol, la candidata dell’estrema destra francese, paladina dell’indipendenza nazionale, ha dovuto mandare al macero milioni di volantini elettorali in cui appariva in una foto mentre stringeva la mano di Vladimir Putin, suo referente e benefattore.


IL PARADOSSO
È uno dei paradossi della politica, non solo francese. Ma nel caso della terzogenita del fondatore del Fronte Nazionale, Jean Marie Le Pen, oggi alla testa del Rassemblement National, partito dal quale lei stessa ha dovuto mandare via il padre, acquista una piega allarmante. Jean Marie Le Pen nel 1987 disse che le camere gas sono «un dettaglio della storia della seconda guerra mondiale». Nel 2002 però finì in ballottaggio alle presidenziali col 17 per cento dei voti, tre punti in meno rispetto al gollista Jacques Chirac, il quale poi stravinse sbarrandogli la strada col fronte unico repubblicano. 


Da allora molte cose sono cambiate, ma il legame tra l’estrema destra francese e la Russia si è consolidato. Nel 2014 Marine Le Pen, oltre a considerare legale l’annessione russa della Crimea, ricevette un prestito di 9 milioni di euro da una banca russa per ripianare i debiti del partito del padre. Quest’anno invece è stata una banca ungherese a concederle un prestito di 10,6 milioni di euro per finanziare la sua campagna elettorale. La signora però è stata abile nel difendere il suo spazio tra l’estrema destra di Eric Zemmour, l’outsider populista candidato della Reconquête, che sogna di tornare alla Francia degli anni 60, senza immigrati e senza globalizzazione, e il centrodestra liberale e tecnocratico di Emmanuel Macron, che in realtà è trasversale, visto il crollo dei partiti tradizionali. Premiata dai sondaggi che inaspettatamente riducono nelle intenzioni di voto il divario col candidato presidente, Marine Le Pen ha giocato la carta della normalità per cancellare la demonizzazione di un tempo, puntando sulla seduzione per darsi una nuova legittimità. Due anni di pandemia hanno risvegliato la sua sensibilità al vissuto dei francesi, trasformando la sua immagine pubblica. Dunque via le tinte forti e i toni duri dell’unica donna a capo, per ragioni dinastiche, di un partito. Largo al sorriso, allo scherzo, al gusto della vita, alla passione per il giardinaggio, «perché è bello far rifiorire il mondo» confessa lei stessa nella succitato incontro tv, mettendo a nudo il suo cuore pudico, parlando del padre, velista bretone e imprenditore, amatissimo e molto assente, della madre bellissima e stravagante, tanto da scomparire dalla sua vita di adolescente per quindici anni, dei tre figli avuti in un anno (una bambina e due gemelli) e cresciuti da sola, dell’equilibrio della single cinquantenne che però non cerca un uomo, perché convive con un’amica e sei gattine nella casa di Saint Cloud.


L’IMMAGINE
Oltre l’immagine anche il programma si è ammorbidito. Dalla fallimentare prestazione di cinque anni fa quando, finita in ballottaggio, crollò per incompetenza davanti all’incalzare di Macron, l’ex ministro delle Finanze del socialista Hollande, candidato trasversale, Marine Le Pen è passata dalla protesta alla proposta, dallo choc al soft, svuotando gli argomenti contro l’estrema destra, come ha scritto Raphaël Lorca, per federare gli umiliati sociali e rafforzare il potere d’acquisto con l’iva al 5 per cento. Resta da vedere se la seduzione demagogica sarà premiata anche dai voti. Ma di certo sul piano dell’immagine la metamorfosi pare riuscita.

I RADICALI

Jean-Luc Mélenchon: il tribuno della gauche rimasto solo a sinistra

«Questa volta me la sento»: Jean-Luc Mélenchon, 70 anni di cui 50 in politica, di presidenziali se ne intende: è al suo terzo tentativo personale, ogni volta si è classificato quarto, stavolta continua a martellare che a sfidare Macron al ballottaggio ci sarà lui e non Marine Le Pen. I sondaggi lo danno terzo, al 15 per cento, a cinque punti dal secondo posto di Le Pen, ma in ascesa. A sinistra c’è rimasto solo lui, il tribuno della gauche radicale - fuorigioco i verdi, esangui i socialisti, aneddotici i comunisti. Sempre a sinistra tutta, prima socialista con Mitterrand, poi alleato dei comunisti, oggi a capo della sua France Insoumise, Mélenchon indossa senza remore i panni del capopopolo: «Mi piace la civiltà romana, il mio modello è il tribuno del popolo».

Nato a Tangeri da francesi di origine spagnola sbarcati in Francia nel ’62, trotskista da ragazzino, il ’68 da liceale, ex ministro all’istruzione professionale nel governo Jospin, ha lasciato il Partito socialista nel 2008, dopo il referendum della costituzione europea del 2005 (vinse il no, mai preso in considerazione) e la candidatura di Ségolène Royal alle presidenziali del 2007.


IL PROGRAMMA
Oggi ritiene di essere l’unico politico di sinistra in Francia, propone un programma di “rottura” con il liberalismo economico e rivendica i toni alti, spesso urlati. I toni li ha invece abbassati sulla Russia di Putin, che fino a prima dell’invasione era considerata una valida alternativa all’alleanza con gli Usa. Se eletto, annuncia un’assemblea costituente per fondare una VI Repubblica, più parlamentare e partecipativa, una “pianificazione ecologica” e una serie di misure sociali quali il salario minimo a 1400 euro netti, la pensione a 60 anni, il ripristino della Patrimoniale (eliminata da Macron) e, in politica estera, l’uscita dalla Nato.

I CONSERVATORI

Eric Zemmour: l’istigatore di odio non sfonda a destra

L’impresa pareva impossibile e invece Eric Zemmour ci è riuscito: costruire in Francia una proposta politica ancora più a destra della pur estrema Marine Le Pen. Nato nel ’58 a Montreuil, periferia di Parigi, da famiglia ebrea di origine algerina, Zemmour ama ricordare che i nonni paterni, Liaou e Messouka, diventarono volontariamente Justin e Rachel al loro arrivo in Francia, prova schiacciante della volontà di integrarsi.

La «francesizzazione» dei nomi per chi aspira alla nazionalità francese è non a caso uno dei punti del programma per l’Eliseo, che il sito del suo partito (Reconquete ! Riconquista !) sintetizza efficacemente: «È tempo di rimettere in Francia i puntini sulle “i”, le “i” di immigrazione, islam, insicurezza, istruzione, industria e indipendenza». Tra le novità: un ministero della Re-migrazione degli immigrati. Tra i punti forti: un’ammirazione più volte ripetuta per Vladimir Putin, che da febbraio fatica a far dimenticare.


IL DEBUTTO
Al debutto in politica, Zemmour ha una lunga carriera di giornalista e polemista alle spalle, prima al Figaro poi in tv (soprattutto Cnews del miliardario Bolloré) dove ha sbancato l’audience a colpi di dichiarazioni per gli uni di grande franchezza, per gli altri diffamatorie, razziste e xenofobe: da «la maggior parte degli spacciatori sono neri o arabi» a «le donne hanno bisogno e vogliono essere dominate da un uomo». Una “franchezza” che gli è costata sedici denunce e tre condanne definitive per “istigazione all’odio”. All’annuncio della candidatura alle presidenziali, il 30 novembre, passa dal 5 al 17 per cento, e sembra per alcune settimane rimpiazzare Marine Le Pen nel cuore degli elettori di estrema destra e come sfidante di Macron al secondo turno. I sondaggi sono poi riscesi a un pur notevole 10-11 per cento.

I NEOGOLLISTI

Valérie Pécresse: la pupilla di Chirac vuole ordine e libertà

La missione era esaltante: riportare un, o - ancora più eroico - una neogollista all’Eliseo dopo dieci anni. Missione ormai impossibile per Valérie Pécresse, la candidata dei Républicains che citava Angela Merkel e sognava Margareth Thatcher. I neogollisti non solo resteranno di nuovo a guardare al ballottaggio del prossimo 20 aprile ma faranno probabilmente il peggior score della destra “classica” a una presidenziale (ormai i pronostici la relegano sotto al 10 per cento). Eppure tutto era cominciato nel migliore dei modi per Pécresse, 54 anni, passata per l’Ena, l’alta scuola dell’Amministrazione, pupilla di Jacques Chirac, ex ministra dell’Università, e poi del Bilancio, da sei anni presidente (unanimemente lodata) dell’Ile de France, la regione di Parigi. Temperamento tenace, passione per la boxe. Il 4 dicembre vince le primarie dei Républicains. Segue una campagna volta soprattutto a unificare il partito, in cui i sondaggi la premiano con una lenta ascesa che le fa intravedere un facile passaggio al secondo turno e addirittura l’Eliseo.


IL COMIZIO
Pécresse opta per una campagna molto a destra, tutta ordine (nei conti e per le strade) e libertà. Ma non sono tanto le misure proposte il problema (a detta di molti il suo è, tra quelli di tutti i candidati a Eliseo ‘22, il programma più completo e seriamente redatto) quanto lei: troppo tecnica, troppo fredda, brava in tv, disastrosa con la gente. Il primo grande comizio allo Zenith di Parigi è una catastrofe: enumera in modo contabile le proposte, la voce è impostata, la gestualità meccanica, tutto suona falso. Lo ammetterà anche lei. Comincia una inesorabile discesa, costellata anche dalle critiche interne. Abituata al ring, Pécresse non ha abbassato le braccia fino all’ultimo.

I SOCIALISTI

Anne Hidalgo: la sindaca di Parigi e il rischio del flop

Chi l’ha vista al suo ultimo comizio, domenica scorsa al Cirque d’Hiver di Parigi, non ha potuto non vederne la determinazione, la resistenza, per alcuni quasi un accanimento terapeutico: inchiodata dai sondaggi a un 2-3 per cento che suona fatale tanto alla candidatura all’Eliseo quanto al Partito socialista, Anne Hidalgo ha tenuto fino all’ultimo. Poche cose le sono state risparmiate in una campagna che non è mai decollata: le critiche e i sabotaggi dei suoi, l’effimera candidatura alternativa dell’ex ministra Christiane Taubira, le continue voci interne al partito di un candidato di sostituzione, François Hollande per esempio. I socialisti sembravano già finiti cinque anni fa, quando Benoit Hamon raccolse un desolante 6 per cento. Da allora nessun vero “aggiornamento” (i francesi usano la parola italiana) è stato fatto dentro al partito. Il risultato di questo primo turno si annuncia senza appello.


LA TRAPPOLA
Personalità più popolare tra i socialisti dal 2015, rieletta trionfalmente sindaca di Parigi nel luglio 2020, Hidalgo ha pensato che la ville lumière potesse essere il trampolino per l’Eliseo come accaduto per il suo predecessore Chirac. Parigi si è invece rivelata una trappola: la sua politica volontaristica, ecologica, di lotta alle auto e all’inquinamento, ha provocato un movimento di rivolta (cui non sono estranei social vicini all’estrema destra) che ha superato i confini cittadini. Complice anche un contesto (pandemia, guerra) che ha messo in sordina il dibattito sui temi, le misure del suo programma sono rimaste quasi inaudibili: le riforme per proteggere il potere d’acquisto, il lavoro, la sanità, l’aumento del 15 per cento del salario minimo, l’introduzione del referendum di iniziativa popolare, la diminuzione dell’Iva sull’energia.
 

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