ROMA

Agnese va alla guerra, la superpoliziotta che a Roma combatte il crimine nella periferia più difficile

Venerdì 19 Luglio 2019 di Camilla Mozzetti

In casa le sue due figlie - la più grande studentessa universitaria in Psicologia, la minore appena diplomata - la chiamano la «Combattente». Un motivo c’è. Agnese Cedrone, 53 anni, primo dirigente del commissariato di Polizia di San Basilio, tra le più problematiche periferie della Capitale, nella sua vita ha sempre combattuto. Con se stessa e con gli altri per indossare al meglio quella divisa che porta e che sognava fin da quando era una ragazzina. In polizia non ci è capitata per caso. L’ha cercata questa strada, «Perché – spiega – questo lavoro appaga il mio senso di giustizia e mi fa stare vicina alla gente». Il contatto col territorio e i suoi problemi, il contrasto dei reati, la tutela dell’ordine pubblico, «sono il senso e l’obiettivo della nostra mission».

Una strada ricca di soddisfazioni ma anche di tanti sacrifici. E dietro quel “nonostante tutto” c’è il difficile equilibrio di una vita tra impegni professionali, responsabilità e famiglia nei quali «Una donna – prosegue la Cedrone - deve comunque lavorare il doppio». Che sia nel suo quotidiano, per fronteggiare i problemi «incancreniti di una periferia difficile», come quella che i romani chiamano per brevità soltanto “Sanba”, o nel vivere di ogni altra donna. Quale che sia la professione che ricopre. La Cedrone, nata e cresciuta in provincia di Frosinone, ha imparato a conoscere Roma quasi visceralmente, passando in diversi commissariati del Centro - come Viminale o Esquilino – e proseguendo poi nelle zone più lontane e non di rado emarginate: dall’Eur alla Garbatella, dal Tuscolano fino a Casilino e, da ultimo, San Basilio.

«Lavoro qui da due anni ed abito poco distante, per cui conosco bene il mio territorio. La periferia romana si somiglia tutta. Ma quartieri popolari come San Basilio, Primavalle, Tor Bella Monaca vengono ricordati spesso per gli aspetti più negativi quali la presenza di grandi piazze di spaccio radicate sul territorio». Zone disagiate dove la rabbia sociale non ci mette nulla a sfociare nella criminalità, «perché manca il lavoro, regna il degrado e c’è un perenne senso di abbandono». Occhi azzurri, a tratti violacei, a seconda di come catturano la luce e uno sguardo caparbio a riprova - giacché gli occhi non tradiscono mai - di un carattere fermo e deciso. La Cedrone ha vissuto in prima persona due degli episodi che nei mesi scorsi hanno infiammato le cronache della Capitale: lo sgombero dell’ex fabbrica Leo di Penicillina sulla via Tiburtina e le rivolte popolari di Casal Bruciato per l’assegnazione, da parte del Campidoglio, di un appartamento popolare a una famiglia rom.

Dottoressa Cedrone, partiamo da qui. C’è una foto che la ritrae urlante mentre scorta la donna con in braccio la figlia più piccola e si fa largo tra i manifestanti che le bloccavano la strada per raggiungere l’appartamento. 

«Ero lì con tanti altri colleghi per far rispettare la legge e la legge in quel momento ci indicava chiaramente che una casa del Comune era stata assegnata a una famiglia nomade. La cosa può non piacere, può esserci una contestazione, come poi si è svolta, tra blocchi politicamente contrapposti. Noi però rappresentavamo lo Stato ed eravamo chiamati a far rispettare le leggi. L’assegnatario, a prescindere da pregiudizi o considerazioni politiche, era una famiglia rom che doveva entrare in possesso di quell’abitazione. C’erano dei soggetti fragili, dei minori che andavano tutelati e protetti in un momento di elevata tensione politica e sociale, e noi da esecutori della legge e garanti imparziali della legalità, abbiamo fatto proprio quello: creando uno scudo umano a protezione del nucleo, lo abbiamo accompagnato fino all’ingresso di casa. E non solo. Ci siamo prodigati molto per la piccola, particolarmente spaventata dalla situazione».

Crede che la stessa rivolta popolare, al netto dei blocchi politici che in parte l’hanno aizzata, sarebbe esplosa lo stesso se la casa in questione si fosse trovata a San Saba o a Testaccio, in quartieri centralissimi di Roma, dove pure esistono appartamenti di residenza popolare?

«Poteva avvenire anche altrove. Ovviamente l’emergenza abitativa è più avvertita nei quartieri popolari, dove all’interno dei cosiddetti lotti c’è una grande attenzione alle dinamiche delle assegnazioni, ed è molto più facile coinvolgere e coalizzare quella popolazione che gli abitanti del centro..»

Quanto è accesa la rabbia sociale a San Basilio?  Lo scenario sembra quelli di…

«Di guerra?».

E’ questa la percezione. La trova esagerata?

«Non tanto. E’ una guerra fredda. C’è una calma apparente nelle strade, tra la gente. Sono sguardi diretti e sfrontati che esprimono lotta e sopravvivenza ad ogni costo; i ragazzini fanno le vedette o i pusher per le vie perché i fratelli e gli amici lo fanno. Spesso lo hanno fatto anche i padri, e il nonno nasconde nel lampadario di casa la droga. E’ un sistema radicato che fa intascare mille euro al giorno. Ma c’è anche tanta umanità e voglia di una vita normale. A cominciare dagli autobus della mattina pieni di persone che vanno a lavorare, e le vie piene di nonne che accompagnano i nipotini a scuola. E poi ci siamo noi, a combattere: dal primoaprile al 30 giugno abbiamo arrestato 23 soggetti per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, sequestrato più di 10 chili di cannabis e 140 etti di cocaina. Sempre noi pronti ad intervenire quando ci chiamano per le liti in famiglia o per il decesso di un giovane figlio per overdose».

Lei crede in un riscatto per questo territorio?

«Perché ci sia un vero riscatto c’è bisogno soprattutto che cambi la mentalità della gente ed aumenti la fiducia nelle Istituzioni, e proprio da parte di queste ultime è necessaria una partecipazione a tutto campo. Ad esempio il lavoro che la Polizia porta avanti nelle scuole è determinante per il rispetto della legalità. Le scuole stesse sono fondamentali per far conoscere ai giovani la cultura e l’importanza delle regole, ed il lavoro concreto degli enti locali dal punto di vista del decoro e la sicurezza urbana andrebbe molto in quella direzione».

Quando torna a casa come riesce ad alleggerire la tensione accumulata durante il giorno? Converrà che guidare il commissariato di San Basilio non è la stessa cosa di dirigere Trevi…

«Tornare a casa e trovare la mia famiglia che mi aspetta annulla ogni tensione, e ricarica le energie per il giorno dopo. Poi c’è la consapevolezza di aver fatto il possibile non solo per la collettività, ma anche per i miei uomini, per l’Ufficio che dirigo. Sempre con quell’attenzione e sensibilità che caratterizza ogni donna».

E come donna e madre quanto è difficile - se lo è - lavorare in Polizia? Ci sono ancora dei “gap” da colmare?

«Come madre sostengo da sempre che conta la qualità e non la quantità del tempo che si dedica ai propri figli. Come donna, sostengo che determinati traguardi sono sempre molto complessi da raggiungere soprattutto in campi che per decenni sono stati prettamente maschili. Come già detto, bisogna lavorare il doppio. E una donna, si sa, è abituata a lavorare il doppio. Siamo mamme, mogli e figlie. Questo è anche il motivo per cui una donna riesce a fare tutto bene ed essere all’altezza di ogni situazione. Se serve, siamo pronte a combattere, con grinta e tenacia. Ed allo stato attuale, non possiamo permetterci di mollare la presa..».

L’ultima occasione in cui crede di aver dimostrato di essere una donna che vale?

«Lo sgombero dell’ex Penicillina. Ci è voluto un lavoro ingente prima e dopo la sgombero, e ho preteso che tutto il commissariato fosse schierato prima, durante e dopo le operazioni. La fabbrica non è stata più rioccupata».

Quanti “bocconi amari” nel corso della sua carriera è stata costretta a mandar giù?

«Direi una falsità se non ammettessi che di rospi ne ho ingoiati. Ma non sarebbe nemmeno obiettivo tirare in ballo il tema della discriminazione sessuale. Il nostro è un lavoro svolto da professionisti della sicurezza, colleghi e colleghe in gamba, che mirano in ugual misura a realizzare obiettivi prestigiosi. C'è una sana competizione e quando pensiamo di aver subìto un torto per un mancato riconoscimento, perché magari era il nostro momento, beh, questo possiamo definirlo un boccone amaro. Allora si aspetta che passi l’amarezza, in fondo sono contenta per gli altri, perché ho uno spirito sportivo. E soprattutto perché amo il mio lavoro, per il quale sono pronta a rialzare la testa e ripartire più forte di prima».

Ultimo aggiornamento: 17:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA