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Il regista Paolo Geremei racconta in un libro le "Romane": «Una protagonista per ogni quartiere, Roma è donna»

Il regista Paolo Geremei racconta in un libro le "Romane": «Una protagonista per ogni quartiere, Roma è donna»
di Valentina Venturi
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 4 Novembre 2020, 20:21

Le prime donne a venir accomunate ad una città sono state “Le finte bionde” di Ernico Vanzina alla fine degli anni Ottanta. A loro sono seguite le amiche di Babi, la protagonista di “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Tutte donne legate ad un quartiere di Roma. Al centro delle vicende erano o il quartiere o la protagonista, ma comunque due mondi distinti, due parallele. Fino a quando il regista romano Paolo Geremei non ha scritto “Romane” e ha unito le linee, facendole incontrare nel suo primo romanzo, Golem Edizioni (Pag. 96 Prezzo 10 euro). Venti storie di donne, per altrettanti quartieri romani, raccontate attraverso una personale lente di ingrandimento. «L’idea del libro - precisa il regista del film tv “Din Don” - è nata dalle mie elucubrazioni mentali e dallo studio della donna, più o meno inconscio. Nel corso degli anni ho iniziato ad appuntarmi, a scrivere dei brevi capitoli, ad essere sempre più interessato all’analisi e ai ritratti di alcuni personaggi. E mi rendevo conto che più analizzavo queste donne e più veniva fuori anche il mio interesse sulla zona. Prima in motorino e poi in moto, da quando ho 16 anni vado in giro per i quartieri di Roma: sono sempre stato attratto dalla periferia e dalla città nella sua interezza. Alla fine tutte queste istantanee, queste elucubrazioni al femminile, erano connesse al paesaggio circostante».

Le protagoniste

Sul motivo che l’ha spinto a dare vita a venti ‘romane’ e ‘non romani’, Geremei ha ben chiare le sue ragioni: «Perché conosco meglio le donne; perché ho avuto tante amiche; perché mi sembrava più interessante, più profondo. Perché ammettiamolo: le donne sono più ricche. Il ritratto di una donna può nascondere dentro di sé un mondo incredibile: dalla sfumatura dei capelli, a come si lima le unghie se rettangolari o normali, oppure se le taglia con i denti. Ci vedo un mondo dietro ogni scelta, mentre negli uomini la questione è molto meno sfumata. Forse per arrivare allo stesso risultato con i ‘romani’ avrei dovuto lavorare tantissimo, invece qui ho riflettuto e scritto su quello che mi sono immaginato nel corso degli anni o che ho fantasticato, ma sempre con una certa facilità. È un grande amore perché se scrivo di venti donne in modo così preciso è perché le ho osservate, le ho studiate». Uno studio e un’analisi durati anni e sgorgati dal suo peregrinare per Roma («città assolutamente donna») e dalla voglia di Geremei di andare a fondo nell’identificazione tra elemento femminile e quartiere di appartenenza. La prima delle venti zone (e donne) romane in cui riconoscersi è il Villaggio Olimpico dove vive Veridiana; c’è poi l’Eur in cui Benni “non suda mai”, il centro storico con Adriana “donna senza età” che ha un negozio di antiquariato e Lorenza che ha casa al Tufello («ha i tratti di un amico del Tufello che si chiama Lorenzo») ed è una “persona leggera, realmente naïf, non appesantita da intenzioni protettive”. «Molte delle figure femminili descritte - continua l’autore, di recente diventato padre di Lorenza - sono tratte da persone esistenti. È inevitabile. Ho però cercato di mischiare le carte e ad alcune ho cambiato il nome, ad altre l’età. Per esempio la protagonista del quartiere Trieste è Donatella: per descriverla ho preso spunto da una persona che conosco, ma poi le ho aggiunto il piercing o i capelli rasati. L’ho camuffata, così nessuna mi potrà denunciare!». La sfida che l’autore lancia al lettore è di «collegare la donna al quartiere attraverso le emozioni che scaturiscono dalla lettura del libro»: una sorta di “Indovina chi” della toponomastica.

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