Mattia, bambino disperso nelle Marche dopo l'alluvione. Famiglia e sommozzatori nel fango a cercarlo: «Noi ci speriamo ancora»

Nuove tecnologie e sommozzatori in acqua. I soccorritori in campo: «Non ci arrendiamo»

Mattia, bambino disperso nelle Marche dopo l'alluvione. Famiglia e sommozzatori nel fango a cercarlo: «Noi ci speriamo ancora»
di Mauro Evangelisti
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Lunedì 19 Settembre 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 09:40

«Mio figlio non si arrende: è andato a cercare Mattia» dice gentile la nonna del bimbo di otto anni disperso, scomparso nella sera dell’apocalisse di fango dopo avere cenato con i nonni e il padre Tiziano nella bella villetta di Barbara. La mamma, Maria Silvia Mereu, la farmacista del paese, era venuta a prenderlo per portarlo a casa, a San Lorenzo in Campo. Mentre svoltava su una scorciatoia, lungo una strada provinciale, è stata travolta dal muro di acqua e detriti. Maria Silvia è stata ritrovata viva, aveva tenuto stretto Mattia fino a quando ha potuto, poi è sparito. «Io voglio ancora pensare che sia vivo il mio gnometto che non si stancava di venire in giro con me, sullo scooter» racconta Tiziano, 38 anni. Le ricerche ormai coprono un’area di una decina di chilometri: in campo una ottantina di uomini, coordinati dai vigili del fuoco. Stanno camminando nel fango, si stanno immergendo nell’acqua scura, stanno facendo alzare in volo i droni per poi visionare, dettaglio per dettaglio, le immagini, con un doppio obiettivo: trovare Mattia, ma trovare anche Brunella Chiù, la donna di 56 anni che era in macchina con la figlia Noemi, studentessa diciassettenne, il cui cadavere è già stato ritrovato, trascinato però per molti chilometri.

DOMANDE

Dov’è Mattia? Dov’è Brunella? Esiste un frammento di possibilità che siano ancora vivi? Gli esperti di ricerche dopo un’alluvione non rispondono, in questi casi si chiede di cercare alla voce miracoli, che però ogni tanto capitano. Immaginatevi distesi di campi ricoperti di fango, che si sta solidificando, tronchi di cinque sei-metri disseminati lungo il percorso del fiume, testimonianza della potenza dell’onda enorme di acqua, fango e detriti che giovedì notte ha spazzato via tutto. E immaginatevi di dover trovare due corpi lungo almeno dieci chilometri. Quanto è vicino il giorno in cui ci potrebbe essere la resa? «No, noi non ci fermiamo mai, fino a quando non ce lo dicono le autorità, per noi le vita, gli esseri umani, hanno un valore inestimabile» sospira Filippo Bravi, del comando di Ancona, responsabile provinciale operativo del servizio di topografia applicato al soccorso. Cosa significa? «Suddividiamo il territorio per rendere più efficaci e razionali gli interventi». In pratica chi va sul terreno a scandagliare le diverse zone ha un rilevatore Gps che registra la posizione, i dati vengono poi scaricati, e questo consente di evitare di andare due volte nello stesso posto, disperdendo energie, e di non saltarne altri. «E poi usiamo i droni - racconta Bravi - perché ci consentono di raggiungere anche zone più disagiate, più remote. Le immagini vengono guardate sia in tempo reale dal pilota, che manda qualcuno se vede qualcosa di importante. Successivamente, vengono visionate anche le immagini registrate nel dettaglio. Però sia chiaro, le operazioni su terra restano la più efficaci». Nella ricerca di Mattia e Brunella ancora i droni non hanno dato risultati, così come i tentativi degli elicotteri.

 

SPERANZA E PAGLIAI

Avviciniamoci alla sponda del Nevola, un ammasso di fango. Sotto ci sono tre sommozzatori dei carabinieri che avanzano, lentamente, si immergono, superano alcune piccole cascate, si fermano a fare il punto della situazione. L’acqua al massimo è alta due metri, ma non si trova Mattia, non si trova Brunella. In altri punti i sub sono quelli dei vigili del fuoco, mentre in parallelo operano le scavatrici, si rimuove vegetazione, melma e detriti. Qualcuno, amaro ma non vinto, dice la frase logora che tutti hanno in mente, «è come cercare un ago nel pagliaio». Altro ponte, quello vicino alla casa dove l’auto con Brunella e la figlia è stata travolta dall’onda. «La ragazza è stata trovata a chilometri di distanza» ricordano quelli della Protezione civile, schierata in forze. Risalgono, bardati nelle tute e protetti nei caschetti due operatori del Soccorso alpino e speleologico. Hanno in mano una lunga bacchetta, una sonda. Loro vanno dove acqua e fango non sono alti, sono percorribili a piedi, immergono la sonda, pazientemente, centimetro dopo centimetro, con la speranza di trovare un ostacolo inatteso. «Nulla» dicono. Sulla strada, i familiari di Maria Silvia, la mamma di Mattia. Caterina Mereu, sorella della donna, mescola attesa a rabbia: «Dovevano iniziare prima le ricerche, venerdì non si è visto nessuno, c’erano solo i volontari. Oggi è domenica, perché questa mobilitazione non c’è stata non dico giovedì sera, ma almeno venerdì mattina?».

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