Luca Ricolfi
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Il caso Barbero/ Le “differenze strutturali” e i fantasmi degli indignati

di Luca Ricolfi
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Sabato 23 Ottobre 2021, 00:10

Ho passato buona parte della mia vita professionale all’università, insegnando materie come sociologia e analisi dei dati. E negli ultimi decenni, in innumerevoli occasioni, mi è capitato di osservare, non senza rammarico, e qualche volta con rabbia, certe differenze fra studenti e studentesse. Differenze medie, naturalmente, perché le eccezioni per fortuna non mancano.

In breve: le ragazze si sottovalutano, i ragazzi si sopravvalutano; le ragazze sono poco sicure di sé, i ragazzi spesso lo sono senza averne motivo; le ragazze sono più ligie alle regole, i ragazzi sono più propensi a trasgredirle; le ragazze sono decisamente più affidabili, i ragazzi hanno meno paura di allontanarsi dagli schemi; le ragazze studiano di più e ottengono voti più alti, i ragazzi studiano di meno, ottengono voti più bassi, e più raramente riescono a laurearsi. Se non si è accecati dall’ideologia, queste e analoghe differenze si vedono a occhio nudo (e in diversi casi sono comprovate dalla ricerca empirica).
Avendole osservate per anni, non mi sono minimamente stupito delle affermazioni del professor Alessandro Barbero, collega del mio medesimo ateneo, che in una intervista ha parlato di «differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi». Barbero, più esattamente, ha timidamente avanzato l’ipotesi secondo cui alle donne mancherebbero quella «aggressività, spavalderia, e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi». Ipotesi più che plausibile, e testabile empiricamente (in parte è già stato fatto).


In un mondo normale nessuno si sarebbe scomposto, e l’intervista del professor Barbero sarebbe stata rapidamente dimenticata, avendo egli espresso un concetto di senso comune.
Da ieri ho la certezza che non viviamo in un mondo normale. Le affermazioni del professor Barbero, anziché essere considerate sensate ma un po’ banali, sono divenute il bersaglio dei social, di una parte della grande stampa, e persino della Commissione di Vigilanza Rai, che con il suo segretario ha sollecitato la presidentessa della Rai a togliere ogni collaborazione presente e futura al professor Barbero.
Stendo un velo pietoso sugli esercizi di retorica femminista che hanno imperversato nei giorni scorsi e mi concentro su un punto: che cosa ha scatenato cotanta ira?
Come sociologo, mi sento di avanzare due spiegazioni. La prima è che negli ultimi 10-15 anni la comunicazione pubblica ha abbandonato il principio di Massimo Troisi: «Io sono responsabile di quello che dico, non di quel che capisci tu». La gente reagisce agli stimoli in modo associativo, come il cane di Pavlov di fronte al cibo, o il toro di fronte al drappo rosso. Non si chiede che cosa ha veramente detto un autore, e meno che mai se quel che ha detto è vero. Prende un pezzo del discorso, una parola, una frase, la stacca dal contesto, e su quel brandello proietta i suoi fantasmi, senza alcun rispetto per l’autore che ha espresso un dato pensiero. I pensieri di Barbero non interessano nessuno, se non come micce utili per scatenare la catena dell’indignazione collettiva, che viaggia allegramente su internet, sulla carta stampata e in tv.


Ma c’è anche un secondo motivo per cui le innocenti, e in alcuni passaggi assai femministe, affermazioni di Barbero hanno scatenato l’iradiddio. Oscuramente e confusamente, in esse gli indignati e le indignate hanno visto il rischio di una incrinatura, di una sottile crepa, nel racconto ufficiale e politicamente corretto sulla condizione della donna. 
Se noti che per fare carriera è utile un alto grado di fiducia in sé stessi, e al tempo stesso che molte donne ne difettano, può sorgere il sospetto che le carriere delle donne non siano minacciate solo da arbitri e discriminazioni perpetrate dai maschi, ma anche da caratteristiche psicologiche delle donne stesse. In breve: il racconto ufficiale, per lo più costruito nel registro vittimistico, perde una parte della sua forza, perché indica anche un lavoro che le donne devono fare su sé stesse, e non solo un lavoro che devono fare contro i maschi. 
Così, se ti azzardi a dire che fra maschi e femmine ci sono “differenze strutturali” (qualsiasi cosa questa oscura espressione significhi), indignati ed indignate vedranno in questa affermazione una minaccia a un altro caposaldo del racconto vittimistico, quello per cui tutte o la maggior parte delle differenze fra maschi e femmine sarebbero socialmente costruite, frutto di stereotipi imposti da una millenaria cultura patriarcale, e dunque da sradicare, con le buone o con le cattive.
E’ questo, di tutta la vicenda, il lato più inquietante, nel caso Barbero come in tanti casi simili: i depositari del Bene si sentono in diritto, in nome della loro concezione del bene stesso, di punire, emarginare, licenziare qualcuno non solo per quel che dice, ma per quel che loro hanno capito di quel che ha detto. Caro Troisi, quanto ci manchi!
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