Luca Diotallevi
Luca Diotallevi

Cosa è cambiato/ La forza emotiva di guerra e aborto

di Luca Diotallevi
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Mercoledì 11 Maggio 2022, 00:01

Non bastasse la guerra, ecco che torna l’aborto. Sarebbe un errore pensare che la decisione che sta per prendere la Corte Suprema di Washington sull’abolizione del diritto di interrompere una gravidanza (e tutto quello che in un caso o nell’altro comunque ne seguirà) ci toccherà meno di quanto ci tocca ciò che sta avvenendo sui campi di battaglia dell’Ucraina orientale. L’Economist di questa settimana richiama l’attenzione sulla crisi istituzionale che potrebbe investire la Corte (elemento decisivo del complesso meccanismo statunitense di checks and balances); la segretaria al tesoro Usa, Janet Yellen, ha avvertito dei rilevanti risvolti economici che la decisione della Corte potrebbe avere. E questo sarebbe solo l’inizio. Guerra ed aborto toccano duro perché attaccano non solo da fuori, ma anche da dentro. Guerra ed aborto costringono a decidere non tra bene e male, ma tra bene e bene, come solo i drammi morali sanno fare. Pace o diritti? Libertà o vita?

Prima di entrare nel merito, e magari per entrarci con più rigore e meno furore, conviene cercar di capire se la contemporaneità con cui guerra ed aborto irrompono sulla scena ha un senso.
Le ragioni del pacifismo che ascoltiamo oggi furono elaborate tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento. Le leggi e le sentenze che aprirono alla legalizzazione della interruzione della gravidanza presero forma e poi entrarono in vigore negli stessi anni. Tornando oggi sulla scena “guerra” e “aborto” ci obbligano a fare i conti con le scelte compiute tra anni ’60 ed anni ’70, con miti come quello del ‘68, scelte e miti che hanno presieduto alla definizione delle società occidentali e di gran parte del mondo rendendolo quello in cui oggi viviamo.

Uno spunto utile può venirci dalla demografia. Tra anni gli ’60 e ’70 del Novecento giungeva sulla scena pubblica la prima generazione di coloro che non avevano conosciuto la guerra e – cosa ancora più importante – che erano stati educati da chi, invece, di guerre non ne poteva più, spesso avendo vissuto ben due guerre mondiali in soli trent’anni. Inoltre, nella stessa generazione che allora entrava in azione per la prima volta erano presenti ed attive tante donne non più disposte a pagare i costi altissimi in termini di libertà e di dignità che avevano pagato le loro madri e le loro nonne.
Guerra e aborto (e tanto altro), riassalendoci oggi, ci obbligano di nuovo a scegliere, a dirimere drammi. Ci chiedono se vogliamo e se possiamo confermare le scelte culturali, giuridiche, politiche, economiche che prendemmo tra 50 e 60 anni fa, ci chiedono se per noi oggi quei miti e quell’etica valgono ancora. Il travaglio non sarà breve ed il suo esito non è affatto certo. Sarebbe grave se lasciassimo ai fanatici di monopolizzare il confronto e le decisioni che ci forgeranno per tanto tempo a venire. Sarebbe grave se non avessimo il coraggio, se serve, di rimettere in discussione cui ci siamo abituati. Per evitare che a decidere siano i fanatici o i paurosi, o magari l’ennesima riedizione della loro contraddittoria eppure consueta alleanza, forse è utile aver chiari alcuni punti.


1. Poche cose testimoniano del clima degli anni ‘60/’70 come Imagine di John Lennon. Se rileggiamo il testo, troviamo che una qualità lirica notevole, sostenuta efficacemente dall’accompagnamento musicale, dà voce ad una serie di illusioni, che possono anche piacere, ma che illusioni restano. Quanto altro del nostro presente e del nostro futuro accetteremo di sacrificare a quelle belle illusioni, a quei gentili inganni? Le conseguenze di una risposta sbagliata a questa domanda saranno pagate dai giovani di oggi; giovani che noi, protagonisti di un lungo “inverno demografico”, a differenza di allora, abbiamo voluto fossero pochi e che dunque abbiamo destinato ad un immane carico pro capite degli effetti di una eventuale risposta sbagliata. Oggi serve una misura elevata di quel realismo che tra gli anni ’60 e ’70 giudicammo superfluo perché davamo per scontato ciò di cui godevamo e che era stato conquistato con terribili sacrifici dalle due o tre generazioni precedenti.


2. Fu negli anni ‘60/’70 che cominciammo a riconoscere che metà dell’umanità fino ad allora era stata privata di diritti ai quali l’altra metà non avrebbe mai rinunciato. In quegli stessi anni cominciammo a smontare il mostro dello Stato e della sua sovranità assoluta. Era forse vita più vera e più dignitosa quella di prima, quella contro cui allora molti e soprattutto molte cominciarono a combattere? Se a questa domanda si vuol dare una risposta negativa, non basta più che sia data in modo implicito: essa va motivata di nuovo e diversamente.


3. Facendo i conti con l’eredità degli anni ‘60/’70 capiterà di riconoscere di aver compiuto un mare di errori, in quegli anni ed in quelli successivi. Potrebbe apparirci un cumulo immane di macerie e di crimini. In circostanze del genere si corre il rischio di commettere un altro gravissimo errore: quello di pensare che lucidità e pietà possano fare a meno l’una dell’altra.


4. Infine, qualsiasi sia oggi il numero dei “credenti” (sembrerebbe davvero pochini) e quello dei “praticanti” (ancora di meno), il mondo occidentale le cui coscienze sono di nuovo messe di fronte a guerra ed aborto è ancora un mondo “cristiano”. Parzialmente “cristiano”, opportunisticamente “cristiano”, stancamente “cristiano”, schizofrenicamente “cristiano”, ma ancora cristiano. Nel mondo cristiano, cattolico e no, nel corso di XIX e XX secolo una minoranza che cercava un ”aggiornamento” prevalse almeno momentaneamente su di una maggioranza di tradizionalisti: arroganti, sinceri o semplicemente pigri. Quella minoranza, in dialogo con tanta cultura non cristiana, elaborò un intreccio di speranza, realismo e rispetto dei diritti, un intreccio inedito, inclusivo e fragilissimo. Senza questo intreccio non avremmo avuto cose come il “movimento per i diritti civili” o l’Unione Europea. Quell’intreccio non divenne mai una sintesi perfetta, né inossidabile e neppure perenne. E forse non poteva essere diversamente. Fu semmai un cantiere di esperimenti, una barca che avanzava insicura, con metà ciurma di un tipo e metà di un altro, spesso senza un vero capitano. Fu quella un’impresa troppo sofisticata per poter funzionare? Non poteva che essere una parentesi? O è un compito ed un programma da riprendere, rinnovare e proseguire?

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