​Paolo Balduzzi
​Paolo Balduzzi

Il tabù da violare/ Ora la scossa sulla crescita e il necessario sblocco dell’Iva

Giovedì 28 Febbraio 2019 di ​Paolo Balduzzi
Mese di febbraio, fine di quadrimestre: è tempo di pagelle, anche per l’Italia. Abbiamo tutti avuto l’impressione, almeno una volta nella vita, di venire giudicati in maniera troppo severa, magari paragonati ad altri alunni altrettanto svogliati ma certamente con lacune e difficoltà maggiori delle nostre. Si saranno forse sentiti così anche i membri del governo italiano, leggendo il “Country report” dell’Unione Europea che accende un segnale d’allarme sui conti italiani. Certo, nessuna bocciatura già decisa: anche in questo caso valgono ancora gli esami a settembre - o perlomeno dopo le elezioni europee. Ma la sensazione che il nostro Paese abbia le possibilità per fare decisamente di più e meglio è condivisa da molti, anche al di fuori della maggioranza parlamentare. 

Ma cosa vuol dire applicarsi, in questo contesto? Eppure lo abbiamo detto, scritto e ripetuto ormai allo sfinimento, sin dallo scorso autunno: il nostro Paese ha un disperato bisogno della ricetta giusta per tornare a crescere: cresciamo, quando cresciamo, sempre di meno dei Paesi paragonabili a noi. 

E va avanti così da metà degli anni ’90 dello scorso secolo. Non si tratta dunque solo di un problema dell’attuale classe dirigente. Il nostro Paese non deve accontentarsi di arrancare ogni anno.

E nemmeno deve accontentarsi di distribuire semplicemente l’assai scarso - per il 2019 è proprio il caso di dirlo - reddito aggiuntivo che viene prodotto. La politica, soprattutto in Italia, ha sempre scontato una preoccupazione esagerata per le ripercussioni elettorali di ogni sua decisione, e si è principalmente preoccupata di distribuire e redistribuire, cercando di accontentare a turno quei gruppi - politicamente, elettoralmente - più forti a discapito di altri. 

Ma senza una politica orientata al futuro, senza una visione che anteponga la creazione del reddito alla sua distribuzione, senza la coscienza che sono gli investimenti il motore della crescita e non le mance elettorali, il Paese è destinato a morire. In quel caso, che nessuno ovviamente si augura, quella per la pagella europea, il cosiddetto “Country report”, sarebbe proprio l’ultima delle preoccupazioni. 

Certo, per investire servono risorse. Ma in assenza di crescita le risorse mancano o scarseggiano. Come si rompe questo dilemma? Rompendo le regole e rompendo i tabù. Per quanto riguarda le prime, ci riusciamo già benissimo: a livello europeo non ci siamo mai tirati indietro quando si è trattato di adattare gli obiettivi di medio termine europei per il nostro Paese rispetto quelli stabiliti dalle nostre leggi di bilancio. 

Con la differenza che i governi precedenti avevano un approccio ben più costruttivo con le istituzioni europee - a volte anche di colpevole subalternità - rispetto a quello di molti dei membri dell’attuale governo. Ma con il problema di fondo che nessuno davvero ha mai osato sfidare le istituzioni europee con gli argomenti giusti, vale a dire uno sforamento degli obiettivi determinato da investimenti massicci e spese strategiche: come dire, sforare i parametri per una buona causa. 

Quanto ai tabù da violare, il riferimento è alla clausola di salvaguardia sull’Iva. A nessuno piace aumentare le imposte, ancora di più a un governo che sembra aver fatto del costante consenso elettorale un obiettivo irrinunciabile. Ma in un’ottica di reperimento – necessario, è inutile prenderci in giro – di risorse, un riequilibrio tra le imposte sul consumo e quelle sulla produzione di reddito (lavoratori e imprese) deve essere esaminato come l’unica strada possibile. Con il beneficio che una discussione aperta e trasparente sul punto permetterà sicuramente di arrivare ad aumenti che saranno selettivi e ragionati. 

Il nostro è un Paese che si può certamente ancora definire piuttosto sano: il debito pubblico è elevato ma il livello record del risparmio privato ci rende affidabili e perciò meno squilibrati di altri Paesi. Spesso si torna a parlare di un’imposta patrimoniale come panacea di ogni male. Sgombriamo il campo da possibili equivoci: non lo è, anzi sarebbe sciagurata, almeno per quanto la storia fiscale italiana ci ha insegnato. Il livello dello spread è sicuramente più elevato di quanto i fondamentali dell’economia italiana raccontano di noi. E fino a pochi mesi fa la crescita economica aveva prospettive ben più ottimistiche e l’occupazione era tornata a crescere. Per non restare indietro, per tornare a essere leader e Paese trainante, bisogna solo applicare la ricetta giusta. Ultimo aggiornamento: 00:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA