La memoria e la bandiera ritrovata

Mercoledì 1 Aprile 2020 di
Ogni anno, l’undici di Novembre, i britannici celebrano il Poppy Day, e si appuntano sul petto un papavero, in ricordo dei loro soldati caduti. 
Il papavero è il fiore delle Fiandre, dove maggiore fu il numero dei morti, e orna a Westminster Abbey la tomba del Milite Ignoto.

Chi ha seguito in Tv una delle tante funzioni in quella venerabile chiesa , avrà notato che tutti i cortei, con in testa la Regina, vi passano accanto con una riverente discrezione, badando a non sfiorare quei petali sacri. 
In Italia non esiste una simile tradizione, e le commemorazioni ufficiali delle nostre (rare) vittorie sembrano più dettate da un cerimoniale liturgico che ispirate da un sincero fervore patriottico. La stessa bandiera, fino agli anni 80, è stata cautamente relegata nelle bacheche degli uffici, salvo sporadiche e vociferanti esibizioni in manifestazioni sportive. La sua esposizione è ritornata di moda come reazione alle spinte “secessioniste” degli anni 90, anche per merito di un Presidente particolarmente sensibile. Per varie ragioni storiche, politiche e religiose, la nostra identità nazionale è meno sentita rispetto ad altri Paesi, ed è spesso maltrattata proprio da noi, con una ricorrente litania penitenziale sui nostri difetti congeniti.

Oggi invece assistiamo a un fatto nuovo. Davanti alla tragedia che ci ha colpiti, gli italiani stanno esibendo due qualità che sembravano estranee al nostro codice genetico: l’orgoglio e la disciplina. Il primo si manifesta con la spontanea e frequente esibizione della bandiera, talvolta accompagnata da un volonteroso ( e stonato) Inno di Mameli. La seconda con l’ottemperanza, meno entusiastica ma per questo più meritevole, alle ordinanze che dispongono i nostri arresti domiciliari. E’ un’ occasione propizia per fare, come diceva il filosofo, “un bon usage des maladies”.

Ne abbiamo un buon motivo: perché questa volta ci siamo dimostrati non solo disciplinati quanto i più sussiegosi partner europei, ma soprattutto più intelligenti e avveduti di loro. Sarà bene ribadire, e ricordare in futuro, che Boris Johnson e Angela Merkel avevano incautamente prospettato un lasciapassare del virus per raggiungere la controversa “immunità di gregge”, con un bilancio di quaranta milioni di contagiati ciascuno. Una volta fatti i conti, e capito che ciò avrebbe decimato i loro paesi e demolito i rispettivi sistemi sanitari, hanno fatto marcia indietro, allineandosi alla nostra strategia. L’Olanda poi è un caso clinico. Dopo avere ipotizzato, e pare incoraggiato, una spontanea eutanasia da parte dei malaticci anziani, ha deciso di ignorare il contagio, salvo correre ai ripari davanti all’esponenziale diffondersi dell’epidemia. L’Italia, pur tra mille errori e polemiche, è stata la prima tra le democrazie ad aver adottato criteri assai rigidi: il sistema funziona, e Harvard ha indicato il Veneto come modello da imitare. 
Da questa riflessione possiamo trarre una constatazione amara e un benaugurante auspicio.

L’amarezza riguarda, ovviamente, l’Europa, sorda alle domande, muta nelle risposte, confusa nelle risoluzioni e inerte nelle iniziative. Davanti alle semplici e commoventi parole con cui il presidente Edi Rama ha manifestato la riconoscente amicizia dell’Albania, campeggiano le tignose prosopopee dei nostri ricchi soci vincolati a un arido egoismo mercantile. Sapevamo che l’Europa era nata male e cresciuta peggio; ma l’accettavamo come un matrimonio infelice, dove un divorzio avrebbe comportato un costo intollerabile. E tuttavia, quando l’infedeltà del coniuge sconfina nella vergogna, anche il vincolo più sacro può e deve essere sciolto. E questo ormai è un rischio reale.

L’auspicio è che dalle lacune emerse in questa emergenza l’Italia tragga spunti operativi per corpose riforme: la radicale riduzione delle leggi, la semplificazione delle procedure, l’individuazione delle competenze, e lo snellimento della burocrazia; e ancora il potenziamento del sistema digitale, il sostegno alla ricerca e agli investimenti produttivi, l’agevolazione al credito, la revisione dell’assunzione e del trattamento dei sanitari, e tante altre iniziative per modernizzare, nella normativa e nelle strutture, un Paese che dal languore del declino e dal baratro della recessione potrebbe risollevarsi verso nuove ambiziose prospettive. Ne stiamo dando un primo esempio, che non deve restare isolato o episodico. Rispettando, come stiamo facendo, le dure regole imposte dalla scienza, stiamo probabilmente accelerando la sconfitta di questo virus che minaccia la collettività. Questo dovrebbe farci capire che, indipendentemente da questa occasione funesta, se ciascuno nel suo piccolo facesse il proprio dovere riceverebbe dal simmetrico e corretto comportamento altrui, un vantaggio moltiplicato per mille. E che il rispetto delle regole non è soltanto eticamente doveroso e giuridicamente vincolante, ma è anche di utilità individuale e duratura. Questa sarebbe la nostra vittoria più bella, degna di esser ricordata con un fiore anche più allegro del papavero. Ultimo aggiornamento: 00:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA