Coronavirus, quella voglia di riscatto dopo la ferita all'orgoglio nazionale

Domenica 15 Marzo 2020 di
Nella tragicità del momento, sospesi tra preoccupazione del contagio e incertezza per l'economia, cosa particolarmente irritante è la denigrazione dell'Italia e degli italiani.
Serpeggia nel dibattito pubblico ed esplode nelle conversazioni sui social. Abbiamo veramente tanto da rimproverarci, persino nel momento in cui il direttore generale dell'Oms esprime gratitudine all'Italia? Certo sono sconfortanti le immagini di persone ammassate di fronte a un aperitivo lungo la scogliera, ma non certo più del
raduno di 3500 ottimisti vestiti da puffi che al grido di pufferemo il virus si sono da poco affollati in Francia, Paese appena poco dietro all'Italia per quel che riguarda l'emergenza con Spagna e Usa.
Altrettanto sconfortante è leggere di quanti in vista della chiusura delle zone più colpite si sono precipitati sui treni diretti a sud, nonostante gli accorati appelli a evitare di spargere l'infezione. Tuttavia persino nella rigidissima Cina migliaia di persone sembrano essere fuggite da Wuhan nelle poche ore passate tra l'annuncio dell'isolamento e la sua piena messa in atto. Il 26 gennaio il South China Morning Post parlava addirittura di 5 milioni di cittadini che si sarebbero allontani nei giorni precedenti al blocco.

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Soprattutto però, sono davvero i comportamenti scorretti a rappresentare l'Italia e gli italiani? Personalmente sono convinta che come nazione ci rappresentino molto più gli innumerevoli episodi di coraggio. Ovvio pensare al personale sanitario: infermieri, tecnici, medici, ricercatori, che combattono l'epidemia di persona con enorme abnegazione e spesso anche rischio. Ma a dare il meglio di sé sono anche gli insegnanti che cercano di allestire lezioni virtuali, i genitori che si trovano a conciliare un inedito lavoro in remoto con la necessità di assistere i figli, gli anziani che si serrano soli in casa, i moltissimi che vanno al lavoro, coloro che chiudono un'attività affrontando perdite economiche ingenti e così via.
Certo sono stati fatti errori, ed è piuttosto facile con il senno di poi pensare a quanto avrebbe potuto essere gestito diversamente. Tuttavia, anche sotto questo aspetto, non siamo i soli. La Cina ha messo in atto un estremo rigore che si è rivelato efficace, ma che solo un governo fortissimo può concepire. Il Giappone sembra per ora gestire la progressione dei contagi, ma pesa la decisione di tenere nel porto di Yokohama la nave da crociera Diamond Princess per una quarantena che si è chiusa con 696 infetti e 7 decessi (e a proposito di comportamenti, l'ultimo a lasciare la nave è stato il comandante italiano). Il fatto è che un'epidemia di questa portata è qualcosa a cui nessuno era pronto, anche se guardando al passato era facile immaginare che sarebbe potuta accadere. L'aver trascurato questa eventualità è stato il più madornale errore che abbiamo commesso, come umanità.
Di fronte alla chiara necessità di contenere il contagio, i vari Paesi si sono mossi in modo diverso. Ieri la Francia ha annunciato misure straordinarie e anche altri stanno decidendo restrizioni notevoli, ad esempio la Svizzera. Viene da chiedersi perché di fronte alla situazione che precipitava in Italia i nostri vicini non abbiano preso immediatamente misure maggiori (per non parlare di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove a minimizzare l'epidemia è lo stesso Presidente). Probabilmente la mancanza di precedenti ha causato ovunque esitazioni fatali. Queste sono in parte origine e spiegazione dei comportamenti che ci indignano.
Non dimentichiamo poi il ruolo giocato dalle diversità culturali. In Italia abbiamo la convinzione che la salute sia un diritto di tutti e questo è qualcosa di cui andare molto fieri. Disponiamo di una invenzione straordinaria: il servizio sanitario nazionale che garantisce cure gratuite. Siamo così abituati ad averlo da sottovalutarne non solo il valore, ma anche la rarità (non sono certo molti i Paesi del mondo a offrire qualcosa del genere). Certo, noi siamo disposti a ogni sforzo per non arrivare a perdere molti dei nostri cari, come si è sentito quasi mettere in conto nel Regno Unito. Di fronte a una emergenza che coinvolge l'intero genere umano, non è opportuno provare a misurare chi è più bravo, ma neppure dipingerci come un popolo senza virtù né risorse. Negli ultimi anni ci siamo abituati a una rappresentazione dell'identità italiana distorta, basata su una quasi ossessiva identificazione con le tradizioni locali (peraltro spesso ridotte a piatti tipici che rappresentano solo una minuscola espressione delle nostre capacità). Forse è il momento di ricordarci che la nostra cultura ci offre molto di più di cui andare orgogliosi e basta guardarci intorno oggi per averne una idea.
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