Web tax, l'Ocse rilancia l'imposta per far pagare i colossi della rete

Mercoledì 9 Ottobre 2019
L'Ocse rilancia la web tax sui colossi di internet e spinge per una soluzione entro il 2020. La proposta mira ad «assicurare che i grandi e assai redditizi gruppi multinazionali, incluse le società digitali, paghino le tasse dovunque abbiano significativi legami diretti con i consumatori e generino i loro profitti». Stop quindi all'elusione dei colossi del web come Facebook. Alphabet-Google, Amazon e Apple che macinano miliardi di profitti riuscendo a pagare pocchissime imposte nei paesi dove i guadagni sono generati.

Il mancato raggiungimento di un accordo entro il prossimo anno, avverte il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, «aumenterebbe notevolmente il rischio che i Paesi agiscano unilateralmente, con conseguenze negative su un'economia globale già fragile».

In una nota trasmessa in mattinata, l'organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica illustra le grandi linee di una proposta ad hoc che verrà presentata al prossimo G20 dei ministri delle Finanze, in programma il 17 e il 18 ottobre a Washington. Una riforma planetaria, difficile quanto ambiziosa, che dovrà trovare l'accordo di capi di Stati alquanto diversi come Donald Trump o Xi Jinping, Boris Johnson o Emmanuel Macron.

Nel documento posto alla pubblica consultazione l'Ocse propone dunque un approccio comune per evitare che gli Stati agiscano ognuno in modo diverso dall'altro, come fatto di recente dalla Francia con la cosiddetta taxe Gafa. La proposta - spiega l'Organizzazione - riunisce gli elementi comuni da 3 progetti avanzati da Paesi che aderiscono all'Inclusive Framerwork sul Beps (Base Erosion and Profit Shifting) in sede Ocse/G20, che riunisce 134 Paesi e mira a contrastare l'evasione fiscale internazionale da parte delle multinazionali. L'istituto parigino propone di riallocare alcuni profitti e la corrispondente parte dei diritti di imposizione nei Paesi dove le multinazionali hanno mercato. In questo modo le multinazionali che hanno un'attività significativa negli Stati dove non hanno una presenza fisica verrebbero comunque tassate, attraverso la creazione di nuove regole specifiche.

«Stiamo facendo veri progressi sulle questioni in materia di tassazione che sorgono dalla digitalizzazione dell'economia e continuiamo ad avanzare verso una soluzione basata sul consenso per rivedere le regole del sistema di tassazione internazionale entro il 2020», commenta Gurria, scongiurando il rischio di una mancata intesa. «Se non sarà trovato un accordo entro il 2020 - ammonisce il segretario generale dell' Ocse - c'è il rischio che i Paesi agiscano unilateralmente, con conseguenze negative nella già fragile economia globale. Non dobbiamo permettere che questo accada».

Al momento è arrivata una prima, positiva, reazione di Amazon. Le proposte Ocse «rappresentano un
importante passo avanti», dichiara il colosso delle vendite on-line, dicendosi determinato a «raggiungere una soluzione basata sul consenso». Anche «per limitare il rischio di doppia tassazione e misure unilaterali distorsive e creare un ambiente che favorisca la crescita del commercio globale, che è vitale per i milioni di clienti e venditori che Amazon supporta nel mondo».
  Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 15:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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