Aumentare l'Iva sempre meglio che alzare l'Irpef

Mercoledì 10 Ottobre 2018 di Giuseppe Vegas
Nessun politico ragionevole vorrebbe mai aumentare le tasse. Soprattutto quando in campagna elettorale e poi al governo si è promesso di ridurle. 

Sicché, quando si vogliono forzare le situazioni si diventa creativi. Come nel caso degli 80 euro introdotti dal governo Renzi, che per trovare i soldi destinati finanziare gli 80 euro ci si inventò qualche coperture finanziaria (come vorrebbe la Costituzione) a dir poco farlocca (come non vorrebbe la Costituzione), affidando la vera copertura ad una clausola di salvaguardia, che però sarebbe scattata solo in futuro. Scaricando cioè la patata bollente sui governi successivi.

La clausola di salvaguardia prevedeva che, se le cose non avessero funzionato, come di fatto è avvenuto, dovesse scattare un aumento delle due più alte aliquote Iva. Ma poiché anche il governo attuale non vuole passare da torchiatore dei portafogli degli italiani, ecco l'esigenza di abolire o almeno dilazionare il previsto rincaro dell'Imposta sul valore aggiunto. Dunque, come risolvere il problema altrimenti? Dato che il lenzuolo delle coperture nel tempo si è fatto sempre più corto, sembra che non si possa proprio evitare di proporre qualche ritocco di carattere tributario, magari inasprendo (si pensa a deduzioni e detrazioni) qualche voce del prelievo diretto.

Ma davvero è questa la soluzione più efficace? La soluzione che risponde meglio alle esigenze del nostro Paese? Dovendoci muovere obbligatoriamente in ambito tributario, vale qui riflettere se sia più conveniente, sempre ai fini del perseguimento di una maggiore crescita economica, agire preferibilmente sulla leva delle imposte dirette o su quella delle indirette. Cominciando con l'individuare con chiarezza il trade-off tra un livello più basso di tassazione diretta e un livello più alto di tassazione indiretta o viceversa.
Anzitutto vale ricordare che l'Iva percuote una base imponibile che dipende dalle spese effettuate sulla base del reddito effettivo del contribuente. E più cresce il reddito, più la propensione al consumo aumenta in modo più che proporzionale e quindi più si pagherà di imposta. Tra l'altro senza poter riuscire a evadere, dato che l'evasione dell'Iva risulta molto complicata anche se ovviamente non impossibile. Si presume pertanto che ad ogni incremento di reddito corrisponda un incremento del gettito probabilmente più che proporzionale rispetto all'aumento del reddito. Quindi si assiste a una maggiore elasticità delle entrate rispetto al reddito. In altre parole, l'introito dell'Erario risulterebbe superiore rispetto a quello che discenderebbe da un aumento dell'imposizione diretta.
Il fatto che l'Iva presenti una maggiore difficoltà all'evasione si coniuga anche con un fattore di carattere esterno. Infatti i beni prodotti all'estero e importati non sfuggono a questo tipo di tassazione, cosa che invece possono più facilmente permettersi i redditi prodotti all'estero. E d'altronde il fatto che l'Iva sia un'imposta che agevola l'esportazione è assai noto. Infatti un maggior peso dell'Iva rispetto alle imposte dirette ha l'effetto di indurre una diminuzione dei costi di produzione interni e contemporaneamente maggiori costi per i prodotti importati, creando in questo modo una sorta di vantaggio competitivo per via fiscale: un meccanismo che è stato spesso utilizzato per favorire lo sviluppo industriale di paesi come il nostro.
Da tempo si discute molto se sia preferibile orientare l'imposizione più sul reddito o sul consumo. Ebbene, a partire dal dopoguerra si è preferito, per motivi egualitari, fare dell'imposta sui redditi l'imposta base dei vari sistemi fiscali. Con il tempo, però, è invalsa la tendenza a rivedere questo approccio. Da una parte infatti diviene sempre più iniquo tassare redditi spesso modesti e non assoggettati a tassazione o tassare modestamente manifestazioni evidenti di capacità contributiva (evidente è la contraddizione nel vessare chi guadagna 1.000 euro al mese e non occuparsi di chi utilizza beni che denotano una crescente capacità di spesa, come sono ad esempio molti prodotti informatici). Dall'altra, l'aver voluto affidare al sistema fiscale anche una funzione redistributiva provoca l'effetto non desiderato di disincentivare i contribuenti a darsi da fare di più per ottenere un reddito più elevato, perché tanto più cresce il reddito tanto maggiore percentualmente è la fetta che lo Stato si porta via.
Perciò, dovendo scegliere, appare dunque preferibile aumentare l'Iva e diminuire l'Irpef piuttosto che fare il contrario. Gli effetti in tema di compressione del tasso di sviluppo economico risulteranno infatti più contenuti. Anche perché il meccanismo delle aspettative fa sì che per ottenere un effetto analogo, la diminuzione della pressione fiscale diretta, e quindi delle aliquote nominali, dovrebbe essere, come dimostra l'esperienza di anni recenti, assai più consistente rispetto a quella esercitabile per via delle imposte indirette. E quindi la sua copertura finanziaria sarebbe assai più gravosa.
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