Pensioni, il governo riapre il cantiere della flessibilità: limite a 62-63 anni e assegni ridotti fino all'11%

Pensioni, il governo riapre il cantiere della flessibilità: limite a 62-63 anni e assegni ridotti fino all'11%
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Giovedì 25 Febbraio 2016, 08:31 - Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 10:06

Il governo riapre il cantiere delle pensioni. Ma i lavori rischiano di rimanere ancora bloccati sullo scoglio che li aveva fermati qualche mese fa, durante le discussioni della manovra di bilancio: i soldi. Ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, l’uomo a cui Matteo Renzi ha affidato la cabina di regia della politica economica del governo, ha annunciato l’intenzione politica di affrontare il tema della flessibilità in uscita nella prossima legge di Stabilità. Aggiungendo, però, un inciso importante: «se il quadro di finanza pubblica lo consentirà».

Nannicini, in realtà, è stato anche più esplicito. Un intervento per anticipare il pensionamento (l’età da quest’anno sale a 66 anni e 7 mesi), costerebbe tra i 5 e i 7 miliardi di euro l’anno. Risorse non facili da trovare, anche considerando che la prossima manovra dovrà anche disinnescare 15 miliardi di aumenti automatici di Iva e accise, e altri 7-8 miliardi per riportare in linea il deficit strutturale nel caso in cui l’Unione europea non concedesse altri margini di flessibilità sul deficit. Al netto della questione risorse, Nannicini ha anche ribadito che tutte le ipotesi di intervento sulle età di pensionamento prevedono «delle penalizzazioni» degli assegni. Chi vorrà ritirarsi anticipatamente dal lavoro, ha sottolineato, si dovrà necessariamente accontentare di un assegno ridotto. 
 
LE SOLUZIONI
Tecnicamente le soluzioni comunque non mancano. Sul tavolo del governo ce ne sono diverse e da diverso tempo. C’è per esempio la proposta di legge messa a punto dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, ribattezzata «non per cassa ma per equità». Prevede un abbassamento di tre anni dell’età di pensionamento, dunque a 63 anni e 7 mesi, purché l’assegno maturato sia pari ad almeno 1.500 euro al mese. Chi decide di uscire prima dal mondo del lavoro, però, dovrà accontentarsi di una pensione ridotta in media, secondo i calcoli di Boeri, del 10-11%, con una penalizzazione sulla quota retributiva dell’assegno. La proposta prevede anche il congelamento a 43 anni dell’età contributiva massima per andare in pensione, slegandola dall’aspettativa di vita. Il costo iniziale della flessibilità, come declinata da Boeri, sarebbe di circa 3 miliardi. 

Altra strada, anche questa da tempo all’esame del governo, è quella indicata in un progetto di legge firmato da Cesare Damiano e dall’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Prevede la possibilità di anticipare la pensione fino a 62 anni accettando un taglio dell’assegno del 2% per ogni anno di anticipo. Lasciare il lavoro a 62 anni, dunque, comporterebbe una penalizzazione dell’8%. Altra variante, pure esaminate nei mesi scorsi, sono il prestito pensionistico, per cui l’azienda paga una pensione anticipata al lavoratore sotto forma di prestito, che poi quest’ultimo restituisce a rate sul suo futuro assegno Inps. In realtà, oltre alle pensioni, ieri Nannicini, che ha smentito qualsiasi intervento sulle reversibilità, ha annunciato un’altra importante novità.

La strada che il governo ha in mente per un atterraggio morbido dalla decontribuzione per i neo assunti che ha affiancato il jobs act. Già con l’ultima legge di Stabilità è stato introdotto un decalage che riduce lo sgravio fino ad azzerarlo il prossimo anno. Una volta terminata la misura, ha spiegato Nannicini, potrebbe essere sostituita con un’altra, un taglio dei contributi per tutti i lavoratori. Una sforbiciata del cuneo fiscale che, secondo alcuni, potrebbe arrivare fino a 6 punti. Il problema è che meno contributi, se da un lato significano stipendi più alti o costo del lavoro più basso, dall’altro significano anche pensioni ridotte. Come ovviare a questo problema? I contributi mancanti verrebbero in parte sostituiti, ha spiegato Nannicini, con versamenti figurativi da parte dello Stato (una fiscalizzazione), e dall’altro una parte della decontribuzione andrebbe a finanziare la previdenza complementare, fornendo i futuri pensionati di un assegno integrativo.

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