Arianna Pomposelli, azzurra di calcio a 5: «Non esistono sport da maschi»

Arianna Pomposelli, azzurra di calcio a 5: «Non esistono sport da maschi»
di Romolo Buffoni
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Mercoledì 27 Ottobre 2021, 11:01 - Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 10:06

Battere gli stereotipi sui ruoli di genere. È questo l’obiettivo della campagna di innovazione sociale #nonèdamaschio promosso da InspirinGirls e, in Italia, da Valore D in partnership con Eni, Intesa San Paolo e Snam. Campagna il cui claim è “Il futuro è come lo vuoi”, che verrà amplificata anche sui social (Tik-Tok e Instagram) con il lancio della challenge #nonèdamaschio: tante ragazze e ragazzi condivideranno dei video nei quali con simpatia e ironia mostreranno che non esistono passioni “da maschio” o “da femmina” e inviteranno altre ragazze a condividere le loro storie. Testimonial professioniste affermate in campi che gli stereotipi vogliono siano tipicamente maschili. C’è Antonella Celletti, prima pilota donna dell’Alitalia; Teresa Agovino, ingegnera ambientale; Kiara Fontanesi, campionessa di motocross e quella di calcio a 5, ovvero Arianna Pomposelli, 30 anni. Romana del Quadraro, ora all’Audace Verona, fu “rapita” da bambina da Francesco Totti e dalle sue magie con il pallone fra i piedi. «Avrei voluto giocare con la “sua” 10, ma nella prima squadra che mi tesserò era libera solo la 2. Ma l’ho tenuta anche in Nazionale, mi ha portato bene».

Giocare a calcio o a calcetto che sia, non è roba da femminucce, o no?

«Eh già, purtroppo ancora resistono certe convinzioni. Ma lavorando duramente stiamo facendo passi in avanti».

Dalla rilevazione Istat del 2018 non si direbbe, visto che lo stereotipo sui ruoli di genere più diffuso in Italia (32,5%) è che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro”. Diffuso molto di più nella popolazione maschile con scarso livello d’istruzione.

«L’informazione e la conoscenza sono le armi per vincere questa partita. Mi sono laureata in Lettere con una tesi sulla differenza di genere nello sport al femminile. Per scriverla sono andata alle radici del fenomeno. Sono considerati “da maschio” gli sport da contatto perché durante il fascismo le donne potevano fare attività sportiva solo in ossequio al programma eugenetico, ovvero per procreare. Quindi andavano evitati quegli sport dove il fisico poteva rischiare di subire dei danni e mettere a repentaglio la fertilità. Direi che è il caso di andare oltre no?».

Vuole sostenere che le ragazzine non giocano a calcio perché dissuase dal “programma di eugenetica”?

«Chiaramente no. Però è il retaggio culturale che conta. Spesso sono mamma e papà che non le fanno giocare perché non lo ritengono uno sport adatto».

 E i suoi? La incoraggiarono?

 «Io sono stata fortunata perché papà è un ex giocatore, da giovane era nella Lazio primavera, e ora allena. E mia madre è stata dirigente di un club calcistico. Gioco da quando avevo 4 anni. Ma in famiglia siamo un po’ tutti controcorrente. Mia sorella Alessia è regista teatrale e dei due fratelli uno è pianista e l’altro gioca nella Lazio calcio a 8».

Ritiene che basti una campagna per quanto organizzata e ben diffusa anche sui social come #nonèdamaschio possa bastare a vincere la partita?

 «C’è ancora tanto da fare per raggiungere la parità vera, anche nello sport con i salari e i diritti equiparati a quelli dei maschi. Io, personalmente, porto avanti una mia campagna. Si chiama “Be Brave”, vado ospite in scuole o centri estivi per diffondere la pratica di calcio e calcio a 5. In cinque anni ho allenato 3-400 ragazze».

Risultati?

 «Il più brillante ad Avellino: delle 120 ragazze viste, 40 il lunedì successivo si sono presentate al corso organizzato dalla loro scuola. Tutte sono rimaste entusiaste: “ci hai aperto un mondo”, mi dicevano. Non sapevano che una ragazza potesse giocare a pallone».

 Grazie ai risultati raggiunti da lei e dalle sue colleghe del calcio a 11, il pallone è ormai sdoganato per le ragazze. Quale pensa possa essere il prossimo step?

«Penso che sarà importante per le donne ricoprire anche i ruoli decisionali. In futuro per esempio io potrei mettere la mia esperienza a disposizione del calcio a 5».

Con la nazionale è reduce dalle eliminatorie giocate in Svezia per accedere alle Final Four dell’Europeo. Siete state eliminate in finale dalla Spagna. Paese simile per tradizioni all’Italia no?

«È il secondo anno che ci eliminano le spagnole... Comunque da loro lo stereotipo è molto più attenuato. Noi abbiamo ancora molta strada da fare».

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