Giorgio Ursicino
MILLERUOTE di
Giorgio Ursicino

Fca e Psa: scorporo di asset prima del closign per conservare la liquidità in un periodo difficile

Sabato 4 Luglio 2020 di Giorgio Ursicino
Carlos Tavares (a sinistra nella foto) e Michael Manley, ceo rispettivamente di Psa e Fca
Un matrimonio che s’ha da fare. Mai due sposi nel mondo dell’auto erano stati tanto determinati a portare avanti la fusione. Fra Fca e Psa un accordo quasi lampo raggiunto in pochi mesi che deve necessariamente avere un periodo un po’ più lungo per raggiungere il closing fissato per il primo trimestre del 2021. Sull’essenza dell’intesa sono d’accordo tutti i protagonisti tanto da considerarla blindatissima. Il regista John Elkann, il condottiero Carlos Tavares, le famiglie Agnelli e Peugeot, il governo francese azionista del gruppo transalpino e, addirittura, i cinesi di Dongfeng disposti a sfilarsi dal capitale di Psa.

Nelle poche occasioni in cui hanno parlato in pubblico della partnership, sia il presidente di Fca ed Exor, sia il ceo dell’azienda francese, hanno ripetuto le stesse cose, con fermezza: il lavoro va avanti spedito, l’unione è necessaria, nascerà un grande colosso con straordinarie opportunità. Un gigante che avrà vicinissimi nei target i 200 miliardi di fatturato e i 10 milioni di veicoli l’anno. Poi è arrivata la pandemia e i problemi di liquidità di tutte le grandi multinazionali che hanno centinaia di migliaia di dipendenti (Fca e Psa insieme quasi mezzo milione) e, se si fermano i mercati, ingenti problemi di stock.

L’intesa non si tocca, ma vanno nella direzione opposta l’esigenza di prestiti con l’obiettivo di distribuire una cedola straordinaria di 5,5 miliardi in contanti ai soci Fca. Logico che nei serrati colloqui quotidiani venga presa in considerazione l’ipotesi di come la newco in una fase tanto critica possa disporre del contante destinato al dividendo senza rinunciare alle compensazioni individuate a suo tempo per avere una fusione fra pari. Per ora sono ancora opzioni, ma devono essere vagliate con attenzione per essere pronti in caso di necessità.

Una prima chance è convertire la liquidità in asset, cambiando leggermente il perimetro della newco ma lasciandogli la liquidità per operare in tranquillità. I vertice delle due società e i qualificati advisor pare abbiamo preso in considerazione anche un’ipotesi mista che prenda in considerazione una parte in asset, l’altra in contanti. Una cosa è certa, nessuna delle parti ha la minima intenzione di rimettere in discussione la parità già trovata.

C’è da dire che al di là dei 5,6 miliardi cash per i soci Fca, c’è una parte che Psa non porterà alla nuova società, è l’azienda di componenti Faurecia di cui il gruppo automobilistico controlla il 46% (valore stimato al momento dell’accordo preliminare 1’7 miliardi). I francesi potrebbero includere questo asset nell’affare facendo scendere la cifra della cedola Fca. Si pensa però anche a parti di Fiat Chrysler che potrebbero essere oggetto di spin off prima della fusione. Le voci sono più di una.

La prima riguarda i veicoli commerciali (Sevel) che sono già al 50% per una fortunata collaborazione nata nel 1978. Lo stabilimento di Val di Sangro che realizza i veicoli per i tre marchi (Fiat, Peugeot e Citroen) lo scorso anno ha prodotto 300mila veicoli ed ha un valore potenziale di 3 miliardi in caso di separazione. Sul tema, proprio nel dossier fusione, ha aperto un’indagine approfondita l’antitrust europeo poiché italiani e francesi sono così bravi nel settore che insieme potrebbero raggiungere una quota di mercato da mettere a rischio la concorrenza.

Lo spin off risolverebbe questo problema, ma andrebbe contro le spirito della fusione: aumentare i volumi per fare economie di scala proprio in un comparto dove ci sono meno competitors e margini molto più elevati che nell’auto. Difficile che Elkann e Tavares rinuncino ad un giocatolo tanto allettante. Altri rumors appaiono ancora meno credibili come lo scorporo dell’accoppiata Alfa Romeo-Maserati. In realtà nell’ultimo periodo le due aziende non vanno più a braccetto e l’Alfa in questa fase non avrebbe non avrebbe nessuna possibilità senza la copertura di un grande gruppo.

Maserati è più avanti nel progetto di un ambizioso rilancio sui cui ha lavorato Elkann ma, comi diceva Marchionne «non è ancora in grado di comminare con le proprie gambe, non è matura». Brand che necessitano ancora di investimenti per raggiungere la velocità di crociera ideale. Due marche unici che invece potrebbero avere un futuro radioso in un gigante globale guidato da Tavares. Ultimo aggiornamento: 09-07-2020 13:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA