Giorgio Ursicino
MILLERUOTE di
Giorgio Ursicino

Conte copi Macron: un piano da 8 miliardi per la mobilità del futuro. E l'Italia perde un altro treno

Giovedì 28 Maggio 2020 di Giorgio Ursicino
Il presidente francese Emmanuel Macron
Ha puntato il cannone ed ha sparato un colpo. Centrato. Devastante. Il presidente francese Emmanuel Macron si è riletto una delle celebri battaglie di Napoleone perché solo con gli obiettivi ambiziosi e le decisioni strategiche si riesce a cavalcare la tigre, a restare sulla cresta dell’onda senza accontentarsi di vivacchiare. Il numero uno dell’Eliseo ha un’estrazione economica e, presi faldoni e dossier, non ha impiegato molto per avere conferma di quello che già sapeva. Ed è intervenuto con decisione e lungimiranza. Ancor più che in Italia, l’auto è fondamentale per le sorti del paese, nonostante la “grande” industria si messa molto meglio che da noi.

È il comparto in assoluto che genera più fatturato, assicura più posti di lavoro, contribuisce maggiormente alle entrate dell’erario e spinge con vigore il Pil. Di cosa si deve preoccupare un Presidente (o un premier) se non di questo? Così ha deciso di intervenire con forza consultandosi in precedenza con l’industria nazionale e formulando un piano che ha una visione a lungo termine: è importante preoccuparsi delle difficoltà presenti, ma ancor di più preparare le basi per costruire il futuro. A volte, se si perde il treno può essere troppo tardi salire sul successivo. Anzi, potrebbe non passare più. Di esempi nel Belpaese ne abbiamo molti.

Dall’industria siderurgica a quella chimica, fino ai trasporti: il paese più turistico del mondo che era anche nel G5 è riuscito a far fallire più volte la compagnia aerea sempre sul punto di scomparire. A pensarci un po’, è proprio un bel record. Tornando a Macron, ha preso a pretesto le difficile situazione dovuta al lockdown causato dal coronavirus, per fare uno scatto felino e mettere in campo misure niente affatto emergenziali. Noi, preoccupandoci dei monopattini e delle piste da bici in città, ci siamo dimenticati anche di quelle.

Ha messo sul tavolo la non trascurabile cifra di oltre otto miliardi per dare un mano all’emergenza, ma soprattutto ha rafforzato le fondamenta della mobilità ecologica, il campo dove tutti dovremo giocare la partita nel secolo che verrà. E dove, esserci o non esserci, farà una grande differenza. Si sarà protagonisti o comparse. Trascuriamo gli interventi tutt’altro che irrilevanti per uscire dalla palude della pandemia: ecobonus rafforzati per le vetture con la “spina”, incentivi per tutte le vetture in stock che in Francia, più o meno come da noi, sono circa mezzo milione e che, dopo aver prosciugato la liquidità, rischiano di soffocare la rete di distribuzione.

Fin qui, quasi un gioco. Un “atto dovuto”. Poi è emerso il profilo di Macron uomo di stato che non si accontenta certo dell’uovo oggi, ma guarda la bella gallinella che potrebbe nascere domani. Scimmiottando un po’ la cancelliera Merkel, da sempre al volante dell’auto tedesca, ha gettato nella mischia interventi che il nostro comparto si vergogna persino di chiedere visto che vengono negate cose molto più banali. Così nessuno pensa che siano indispensabili. Non domani, ma oggi. Macron ha preso sulle spalle l’auto elettrica, si è preoccupato sia di farla viaggiare, sia di produrre la batterie che sarà la nuova frontiera tecnologica del domani (costano il 35% di tutta l’auto) e consentiranno di fare la differenza in termini di peso, prezzo e autonomia.

Nella avanzata Europa attualmente non c’è questa tecnologia, dobbiamo rivolgerci altrove. Solo quattro paesi al mondo producono in grande quantità celle per le batterie: Stati Uniti, Giappone, Corea e, soprattutto, Cina. Pechino ha capito prima di tutti che l’auto del passato si basava sul motore a scoppio, quella del futuro sulle batterie. L’unica che ha la forza di rimediare a questa “distrazione” è la Germania, con molti muscoli sia tecnici che economici. Ora l’asse Berlino-Parigi si estende anche a questo “polo”, alle batterie dell’auto.

Macron ha spinto e facilitato la nascita di una joint venture fra la Psa e la Total (due colossi con la presenza dello Stato dentro) alle quali, proprio l’altro ieri, ha annunciato che si unirà l’altra storica partecipata statale Renault. Ma come, la Regie non è in crisi e «rischia di scomparire»? A quanto pare, i soldi se servono si trovano. Altra mossa da brividi del Presidente è nel settore delle colonnine di ricarica. Cera un piano del governo per realizzarne 100 mila entro il 2022, lo ha anticipato al prossimo anno.

Da noi non è accaduto nulla di tutto questo, non c’è mai stato un vero piano statale. Le poche colonnine presenti sono soprattutto merito dell’ostinazione del ceo dell’Enel Starace. Ma come si fa andare con l’auto elettrica senza la possibilità di ricaricarla? Il partito principale azionista del governo vuol togliere la concessione alle autostrade e non si è preoccupato che sulle nostre principali arterie di scorrimento non ci siano punti di ricarica? Eppure sono grandi fautori dell’auto a batterie. A chiacchiere. Sembra una favola, come quella della lotta al diesel nuovo di fabbrica che sicuramente non inquina. Ultimo aggiornamento: 01-06-2020 09:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA