Fiat 500: un oggetto di culto ora
esposto anche al Moma di NY

di Ruggero Campi
Prima di assurgere all’olimpo dei miti e diventare un cult, con tanto di fan, forum, merchandising e club dedicati, era semplicemente la seconda automobile di casa, almeno per le famiglie che potevano permettersi il lusso di due automobili. Generalmente la usava la moglie, magari dopo averci fatto scuola-guida in età adulta e sicuramente ce la facevano anche tutti i figli, i quali difficilmente sarebbero stati ammessi ai primi goffi tentativi al volante sulla intoccabile ammiraglia di casa. Una cosa è certa: dopo il duro addestramento con la “doppietta” e con partenze tacco\punta sulla salita del Bulagaio, eravamo rodati per sempre alle difficoltà più ostiche. A nessuno sembrava di possedere un’automobile glamour.

Stiamo parlando della Fiat 500, non della Smart, che da luglio di quest’anno ha avuto la definitiva consacrazione come oggetto (appunto) di culto, entrando a far parte della collezione permanente del MoMa di New York. Mica male per quella vetturetta che nel 1957, quando era appena nata, venne guardata con incredulità dagli americani che la battezzarono “graziosa ranocchia” e si disinteressarono definitivamente di lei. Con straordinario coraggio la FIAT aveva infatti tentato l’esportazione della microscopica 500 al di là dell’oceano, dove esistevano solo macchine gigantesche, scintillanti, cromate, pinnate e con tanti cilindri. In America non ebbe successo, ma in patria sì. Non subito in effetti: la prima versione della 500, quella del luglio 1957, era così spartana che alla vista di quella buffa automobilina omologata per due persone si spaventarono anche i coriacei automobilisti anni ‘50. Dietro i due scarni sedili c’era una specie di panchetta, i bulloni delle ruote erano a vista e neanche una minima cromatura o segno di abbellimento della carrozzeria. I vetri erano fissi ad eccezione di due piccoli deflettori, anche se il tetto apribile consentiva visioni celesti. La parola minimalismo non era ancora stata inventata e c’era voglia di lusso e comfort, altro che di oggetti spartani.

Gli italiani pensarono che valeva la pena di risparmiare un po’ e comprare – aggiungendo 150.000 lire alle 490.000 della 500 - una 600 che almeno sembrava un’automobile vera. La Fiat corse presto ai ripari, innanzitutto prevedendo un divanetto posteriore, e poi cristalli discendenti e le amate cornici cromate ai fari, il tutto senza rincarare il prezzo, anzi restituendo 25.000 lire agli acquirenti della prima serie! Insomma, la 500 entrò nella nostra vita. Val la pena di guardare il video pubblicitario dell’epoca: la “testimonial” è una bella signora (molto sovrappeso per i canoni del III millennio) che guida in guanti bianchi. “Nell’auto non manca nulla” ci tranquillizza: “il freno a mano, le due leve dell’avviamento, quattro marce e una retro marcia, ventilazione e riscaldamento”. 13 cavalli di potenza e una ripresa bruciante consentono al medico di “non perdere tempo agli incroci”. La vettura - dice la suadente voce fuori campo - tagliata su misura per la languida signora, ma anche “per il piazzista, per il medico, per l’operaio, per la coppia in viaggio di nozze”. Una vera automobile trasversale e multi-partisan, diremmo oggi.

Nell’abitacolo si vedono entrare per incanto valige e occupanti, a dispetto del principio fisico dell’impenetrabilità della materia, tale per cui due corpi solidi non possono occupare nello stesso tempo lo stesso spazio. Il dado però era tratto, la 500 iniziò la sua marcia trionfale. Non glamour e tantomeno rivoluzionaria, ma indispensabile, resistente e certamente amata. Il sedile anteriore ribaltabile (geniale intuizione della casa torinese) e il tettuccio aperto sui cieli estivi fecero da cornice a molti amori giovanili. Poi iniziarono le modifiche per mano di bravissimi artigiani, dai ribaltabili alla leva del cambio pieghevole (!!!), dai parafanghi allargati fino ai motori “truccati”. A Perugia, tanto per ricordare, era un sfida continua tra le 500 modificate dai grandi chirurghi di quel motore. A Pucciarini, il vero e riconosciuto maestro, fecero seguito Santilli, Arcelli. Le officine erano in centro e sotto Piazza Morlacchi le cinquecentine entravano con i cavalli di serie ed uscivano non si sa con quanti di più, l’importante era anche crederci incantati dalle parole del meccanico e dal nuovo sound della marmitta Sprint. La dritta dei Tabacchi, sino alla insidiosa curva ove poi è sorta l’Ellesse, rappresentava il circuito di prova, dopo di che ognuno raccontava quello che voleva … 110, 120 ed anche 130 km/h, un po’ come quando si va a pesca!
Gioved├Č 14 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 12:25

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