In Tunisia con Manarat, il cinema contro terrorismo e oscurantismo da «Il giovane Ahmed» a «Fatwa»

Martedì 9 Luglio 2019 di Elena Panarella e Rossella Fabiani
L’arte è un modo per combattere il terrorismo e abbattere la paura del diverso, ripete Dora Bouchoucha la direttrice e ideatrice di Manarat, il festival del cinema del Mediterraneo che si è svolto in questi giorni sulle spiagge della Tunisia dal nord al sud del Paese. E nel ricco cartellone delle proiezioni, diversi film hanno affrontato alcuni dei temi cruciali della nostra società globale e per la Tunisia quanto mai di attualità. Perché se le atrocità di Avenue Charles de Gaulle risuonano ancora nelle menti di ogni tunisino, anche i film possono essere un momento di formazione, ma anche «il cinema che viaggia deve dare alla Tunisia l’immagine che merita, la sua vera immagine», dice Bouchocha. «Un film che viaggia in tutto il mondo è un ambasciatore per il suo paese», aggiunge Shiraz Latiri direttrice del Centro nazionale per il cinema e l’immagine (Cnci), partner del festival.

Così un numeroso pubblico di giovani tunisini ha assistito sulla spiaggia di La Marsa a pochi chilometri da Sidi Bou Said e dalla capitale alla proiezione dell’ultimo film presentato quest’anno a Cannes dei fratelli Dardenne - premiati due volte con la Palma d’oro - “Il giovane Ahemed”. Una storia ambientata nel loro Paese, il Belgio, dove il giovane Ahmed viene contagiato dal fanatismo religioso. Ahmed ha tredici anni vive in Belgio con la madre e i fratelli. Frequenta la scuola ma non i suoi compagni perché preferisce andare in moschea e seguire gli insegnamenti di un giovane che lo educa all’integralismo islamico e all’intolleranza verso le altre lingue e le altre religioni. Ahmed vuole diventare un bravo musulmano e seguire l’esempio di un cugino votato al martirio. Il suo atteggiamento intollerante anche verso la madre e la famiglia si inasprisce nei confronti di una giovane insegnante che Ahmed cercherà di uccidere. I fratelli Dardenne fanno un ritratto di una generazione di giovanissimi spesso strumentalizzati da chi approfitta delle aspirazioni e dell’energie dell’adolescenza per impiantare semi di ostilità difficili da estirpare. Nella storia dei due registi, la famiglia, la scuola e la comunità giocano un ruolo importante per cercare di restituire al giovane Ahmed la lucidità offuscata da un’influenza negativa e manipolatrice e perché possa imparare a trovare da solo la sua strada. 

La “Fatwa” è quella che viene fatta a una donna che lotta contro il pensiero oscurantista dei salafiti e che vede suo figlio intrappolato dal virus del pensiero fondamentalista. Scritto e diretto con rara eleganza, il film del regista tunisino Mahmoud Ben Mahmoud, vincitore del Tanit d’oro al festival di Cartagine lo scorso anno racconta il processo di radicalizzazione di un giovane tunisino e punta il dito contro chi cerca di strumentalizzare la religione giustificando nel suo nome assassini, lotte e soprusi. “Fatwa” è la storia di un padre, interpretato da Ahmed Hafiene, che torna da Parigi a Tunisi per l’improvvisa morte del figlio, ma è anche la storia di un paese che dopo la cacciata di Ben Ali si è trovato a gestire la difficile convivenza tra religiosi e laici. La tesi della morte del figlio in un incidente di moto non convince il padre che dopo aver condotto un’indagine personale, scopre in realtà che il figlio, dopo essere stato manipolato e convinto ad entrare a far parte di un gruppo jihadista, è stato ucciso dagli estremisti a causa della laicità della madre che ha dedicato tutto la sua vita a combattere contro l’ignoranza, l’oscurantismo e la violenza del radicalismo religioso che vorrebbe sostituire la sharia alla Costituzione.

E non c’è solo il fenomeno del radicalismo tra i temi dei film del festival, ma anche il dramma delle guerre e dei profughi come quello dei rifugiati e dei migranti costretti a lasciare tutto. “Never leave me” della bosniaca Aida Begić, al suo quarto lungometraggio, racconta la vita di un gruppo di piccoli rifugiati siriani, tutti orfani, nelle strade della città turca di Sanlurfa, l’antica Edessa. Un messaggio alla fine del film ricorda che la storia di questi bambini è ispirata a casi reali, che i bambini del film sono interpretati da veri rifugiati e che il film è dedicato ai circa 5 milioni di bambini, tra cui 600.000 orfani, che si contano tra gli esuli siriani.

Un desiderio struggente di tornare a casa racconta il film siriano “The borrowed dress” di Leen Al Faisal con la storia di una nonna, Susa (80 anni), sua figlia Doaa (50), e sua nipote Saad (16) costrette a fuggire per la guerra civile in Siria e a vivere in diaspora, unite dal desiderio di tornare a casa nel Paese che milioni di persone hanno dovuto lasciare. Denuncia sia la modernità, che non porta felicità, che il sistema tradizionale che incatena le persone, il film marocchino “La guerisseur” di Mohamed Zineddaine, al suo quarto lungometraggio. Il rifiuto della conoscenza, che viene proibita al giovane Abdou, è spiegato da questo desiderio di voler ulteriormente schiavizzare la società con l’ignoranza.

Il problema dell’acqua nelle differenti regioni della Tunisia è il tema del documentario “Assoiffés tunisiens” di Ridha Tlili. Tante storie per un festival che ha scelto di stare vicino al pubblico con le sue proiezioni gratuite, lontano dalle luci di Cannes, ma con una grande sfida avviata dalla sua ideatrice far conoscere ai tunisini, soprattutto quelli che vivono nel sud del Paese realtà e mondi diversi come pure farsi conoscere nel mondo. Perché i film viaggiano e ogni film è un ambasciatore del suo Paese. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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