André Aciman: «Gay o etero non conta, l'amore è universale»

Lunedì 25 Giugno 2018 di Riccardo De Palo

André Aciman è l'autore di Chiamami col tuo nome, il romanzo da cui è stato tratto il film di Luca Guadagnino, che ha fruttato l'Oscar per la sceneggiatura a James Ivory. Nato nel 1951 ad Alessandria d'Egitto, da una famiglia ebraico-sefardita, costretta alla fuga dall'ascesa di Nasser, è diventato apolide prima per necessità e poi per vocazione. «A Roma - ricorda in un ottimo italiano - quando la mia famiglia attendeva di poter raggiungere mio padre a Parigi, leggevo sempre Il Messaggero, sulla bacheca del giornale; sono senza patria ma, ancora oggi, quando vengo in Italia, mi sembra di essere nel mio mondo». Aciman insegna letteratura comparata alla City University di New York. Domani sarà nella Capitale, dove parteciperà, assieme a Paolo Giordano e Laura Morante, al prossimo appuntamento del Festival Letterature, nella Basilica di Massenzio.
 

IL PREMIO
L'Oscar è andato a Ivory, ma Aciman lo sente anche un po' suo, «perché le parti migliori sono state prese dal romanzo e inserite nella sceneggiatura». Nella trasposizione cinematografica ci sono differenze rispetto al testo originale: «L'adattamento mi sembra piuttosto fedele ma certo, alcune cose sono cambiate: la fine del film e quella del romanzo sono completamente diverse. Però l'impatto emozionale è lo stesso. La gente si commuove leggendo le ultime pagine del libro, così come piange alla fine del film. Non ho avuto alcun rimpianto, e sono pochi gli scrittori che lo dicono».
 

 

«Gli autori si lamentano sempre: pensi a quanto fu critico Bassani rispetto al lavoro che aveva fatto De Sica...». Eppure Il giardino dei Finzi-Contini era un bellissimo film, «forse migliore dello stesso romanzo».
Ma come si spiega l'Oscar? C'è più sensibilità per questi temi oggi? «C'è stato un cambiamento importante rispetto a dieci anni fa: il mio libro, quando uscì, ebbe un impatto relativo; I segreti di Brokeback Mountain è stato il primo film ad andare più a fondo. Quattro nomination non capitano tutti i giorni. Alla fine hanno preferito dare l'Oscar per la migliore interpretazione maschile a Gary Oldman invece che a Timothée Chalamet, forse perché era così giovane; ma me lo lasci dire: il nostro attore aveva dato una prova migliore».
Aciman è eterosessuale, ha moglie e figli, eppure racconta molto bene l'amore gay. Forse, ha successo perché ne parla nella sua accezione universale. «Ciò che permette l'emozione è sempre questo sentimento che noi chiamiamo amore. Dall'altra parte, bisogna ammettere che si tratta di una storia gay, non si può negarlo». Lo scrittore americano ammette senza remore di avere avuto turbamenti di questo tipo, da ragazzo. «Ma di solito le persone che apprezzano di più Chiamami col tuo nome - sottolinea - sono i giovani, soprattutto le ragazze di 14-15 o 16 anni, che vanno a rivedere il film o rileggono il romanzo molte volte. Un pubblico che non ha niente a che fare con i gay».

TURBAMENTO
Anche nell'ultimo suo libro, Variazioni su un tema originale, si torna ad un primo, divorante turbamento dei sensi; così come in Notti bianche al centro c'è un amore nascente. E Aciman ammmette che è proprio questo il suo interesse principale, come narratore, in particolare «gli amori che non durano o che non si concretizzano». «Il momento migliore di qualsiasi rapporto è prima che inizi, quando ci si rende conto di essere attratti da un'altra persona. È quel momento che voglio far durare di più».
Il prossimo libro, dopo una raccolta di saggi in uscita, sarà un trittico narrativo, ancora in fase di revisione. «Una persona ultra cinquantenne si innamora prima di una ragazza, poi di un giovanotto e poi di uno che non sa decidere se è innamorato di un maschio o una femmina». Un personaggio di un suo libro sostiene che un ebreo deve perdere tutto almeno due volte nella vita. E anche Aciman ha avuto questa esperienza. «Mio padre - racconta - è nato in Turchia, poi è arrivato in Egitto, dove a un certo punto è stato cacciato, si è rifugiato a Parigi. E poi da lì ha deciso di emigrare negli Stati Uniti. Gli ebrei sono nomadi da sempre, e si può anche perdere tutto una volta, ma perdere tutto di nuovo è un po' ridicolo, come diceva Oscar Wilde».

L'autore di Chiamami col tuo nome è arrivato in Italia la prima volta, in nave, quando aveva quattordici anni: «Sono sbarcato a Napoli e sono andato in questo campo profughi, poi con mia madre e mio fratello siamo partiti, mio zio ci aveva affittato un appartamento».
Ovvio che veda l'attuale crisi dell'immigrazione in modo particolare: «Se non siamo bene accolti la vita diventa una vera tragedia. Anche il viaggio per mare è un pericolo minore rispetto a quello che si subisce una volta arrivati; ci si può sentire perduti, anche per tutta una vita».
Aciman ama molto l'Italia, forse perché, ammette, non ci ha mai «veramente vissuto», anche se torna un paio di volte, ogni anno. «A volte ci innamoriamo grazie a un mediatore, a un intermediario, che per me è stato Il Gattopardo di Luchino Visconti. Quando ho visto il film a Parigi, cinquant'anni fa, ho provato nostalgia per l'Italia. Una sensazione che mi è rimasta da allora. Vado in cerca del mondo di Tomasi di Lampedusa, anche se so benissimo che non esiste». Un mondo perduto che gli ricorda quello di Alessandria, che non c'è più, e che ha dovuto lasciare improvvisamente: «È come se i due miti si siano sovrapposti. Lo stesso fenomeno si è ripetuto quando ho ricostruito, in una villa di Bordighera, la villa di Elio in Chiamami col tuo nome: in fondo era la nostra casa egiziana».

Aciman legge solo e sempre i classici: «Dostoevskij, Italo Svevo, ma anche Ovidio, Gogol e naturalmente i francesi come Flaubert e Rousseau». Ma i contemporanei no: «Non li posso neanche vedere».
 

Ultimo aggiornamento: 15 Luglio, 22:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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