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Roma, Atac ora rischia il crac. «Servono 200 milioni»

Giovedì 26 Marzo 2020 di Lorenzo De Cicco
Quando la crisi sarà finita, Atac rischia di trovarsi di nuovo a un passo dal crac: per evitarlo servono quasi 200 milioni di euro. Questo è l’importo calcolato nelle ultime ore dagli esperti della municipalizzata dei trasporti di Roma. Soldi veri, non anticipi di cassa come quelli ipotizzati fin qui dal Campidoglio. È l’unico modo per tenere in piedi il concordato fallimentare avviato due anni e mezzo fa e che ha evitato per un soffio la bancarotta a questo colosso da 11mila dipendenti, che gestisce oltre 2mila mezzi tra bus, tram e treni del metrò.

L’emergenza coronavirus, con le corse ridotte all’osso, il crollo della bigliettazione e 4mila dipendenti già messi in solidarietà, rischia di riaprire una voragine dei conti che la gestione di Paolo Simioni, presidente e ad dal settembre 2017, era appena riuscita a chiudere. Il bilancio 2018 aveva addirittura fatto registrare un utile, per la prima volta nella storia di Atac, abituata invece a macinare debiti, fino a raggiungere la cifra monstre di 1,4 miliardi.

Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno della prova del 9, per la più grande partecipata dei trasporti d’Italia. Perché l’azienda inizierà a ripagare una pletora di creditori. Centinaia di milioni di euro, spacchettati in diverse rate. Soprattutto, Atac avrebbe dovuto dimostrare di saper migliorare le proprie performance: il servizio per i romani, insomma. Sulla metro, negli ultimi due anni, la frequenza è migliorata e le corse soppresse oggi sono una quota marginale. Il servizio di “superficie”, quindi bus e tram, invece arranca. Nei primi mesi dell’anno, gennaio e febbraio, era arrivata una prima inversione di tendenza, con una crescita dei chilometri effettuati rispetto allo stesso periodo del 2019. Del resto la flotta si stava via via rinnovando e la direzione del Personale aveva arruolato nuovi autisti pronti a salire in cabina di guida. Poi l’effetto virus ha cambiato tutto. 
Passeggeri ridotti al minimo – inevitabile con gli spostamenti consentiti solo per «necessità comprovate» – e corse quasi dimezzate. Risultato: la “cassa” della bigliettazione che Atac avrebbe dovuto rimpinguare vendendo più ticket e staccando più multe, è invece semi-vuota. In questo quadro il rischio per i romani è che, al termine dell’emergenza, si ritrovino con i trasporti pubblici precipitati di nuovo sul ciglio del burrone finanziario. Simioni ne è perfettamente consapevole. In una lettera del 20 marzo, l’amministratore delegato ha evidenziato che Atac «sta subendo rilevanti danni a causa della riduzione del servizio e della contrazione del traffico e dei ricavi». Da qui l’appello «a tutte le istituzioni affinché ci aiutino a non vanificare il salvataggio e l’azione di risanamento di Atac». Il collasso della partecipata di via Prenestina metterebbe in forse la tenuta dei trasporti pubblici della Capitale.

Per il 2020, la municipalizzata prevedeva di maturare utili per 20 milioni. Ma la crisi ha cambiato tutto: «Il risultato del 2020 ormai è evidentemente sfumato», ammette Simioni. Consapevole che in un frangente così delicato «le nostre forze non bastano. Auspico quindi che il Governo, la Regione e Roma Capitale, ognuno per la propria parte, intervengano senza indugio». Per gli esperti di Atac non bastano neanche manovre correttive puntate solo a rimodulare le risorse già previste, come l’anticipo di alcuni versamenti da parte del Comune. La crisi è molto più seria. Servono soldi extra. Una cifra di poco sotto ai 200 milioni. Come ha scritto Simioni, «non c’è più tempo». © RIPRODUZIONE RISERVATA