L'analisi/ Ue, c’erano una volta le “grandi famiglie” dei partiti

Giovedì 30 Agosto 2018 di Marco Ventura
C’erano una volta le “grandi famiglie” europee, gli schieramenti dei partiti tradizionalmente contrapposti, socialisti e popolari: social-democratici e cristiano-democratici, per intenderci. Poco lo spazio per gruppi marginali come verdi, liberali e conservatori, questi ultimi destinati a liquefarsi con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Si trattava nella grande maggioranza di gruppi pro-Europa. È stata una “grande coalizione” delle due famiglie più importanti a reggere nell’ultima legislatura, quella emersa dalle urne nel 2014, sia l’Europarlamento che la Commissione. Il primo guidato nella fase iniziale dal socialista Schulz, dal popolare Tajani nella seconda. Un patto sancito dalla comune appartenenza a un orizzonte ideale europeista, che ha il suo motore e i suoi centri di potere a Bruxelles, nelle direzioni generali della Commissione e nei gabinetti dei commissari Ue, poi nelle grandi istituzioni come la Banca Centrale Europea. L’eurocrazia, per usare il gergo di Bruxelles, unita a una struttura di potere che però non è riuscita a cementare l’Europa, né ad avvicinarla alle esigenze reali dei cittadini. 

Tanto che il problema, oggi, dell’Europa e degli europeisti è che mancano ancora troppi passi per un’Unione realmente ingrata e unitaria. E le decisioni che contano sono ancora prese a livello di capi di governo. In pratica, si tratta di un’Europa inter-governativa, nella quale troppo a lungo Francia e Germania hanno imposto la forza di un asse che si è indebolito (invece di consolidarsi) con l’allargamento progressivo dell’Unione a Est. E con l’allargamento, e poi con il catalizzatore della crisi finanziaria e poi economica del 2008-2009, nuove istanze sono cresciute nei singoli Paesi, alimentando formazioni cosiddette Esp, euroscettiche e populiste, laddove non sempre il populismo coincide con l’euroscetticismo (e viceversa). Ma è un fatto che il peso dei partiti Esp è quasi raddoppiato nel Parlamento Europeo dal 2009 al 2014, e le successive elezioni nei singoli Paesi (non ultime quelle che hanno portato in Italia al governo giallo-verde), insieme alle intenzioni di voto che già vengono sondate in vista dell’appuntamento del 23-26 maggio quando saranno chiamati alle urne oltre 400 milioni di cittadini europei, suggeriscono che nella prossima Aula di Strasburgo le formazioni populiste e/o euroscettiche possano costituire la maggioranza. Il cambio di regime in Italia è significativo e potrebbe essere quello che fa pendere la bilancia dalla parte degli Esp (anche se non è chiara quale sia la posizione definitiva del Movimento 5 Stelle). È alla luce di questa sfida che si preannuncia epocale, che vanno lette le polemiche di questi giorni sul tema dell’immigrazione. Con tutte le ipocrisie del caso. 

Quella per esempio di un presidente francese, Macron, che in nome dell’Europa si auto-propone come antagonista di Salvini, per non dire di esserlo verso l’oppositrice interna Marine Le Pen, ma che al dunque chiude la frontiera di Ventimiglia e rifiuta di accogliere i migranti soccorsi nel Mediterraneo, Esattamente in linea, Macron, con il rigore e la politica dei respingimenti del Quartetto di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca). La Germania, che fino a un certo punto ha resistito con il suo elettorato moderato e pragmatico alle sirene “populiste”, vede appannarsi la leadership di Angela Merkel, costretta a contrastare la deriva anti-migratoria non solo dell’opposizione nazionalista Afd, ma anche la sempre più battagliera fronda interna della Cdu bavarese. Paesi come l’Olanda o la Scandinavia, tradizionalmente su posizioni moderate ed europeiste, si ritrovano oggi, spesso, iscritti in campo ESP. Il crollo dei partiti “socialisti” o di centrosinistra in Francia e Italia sono stati forse il colpo di grazia che neanche la Merkel si augurava. Oltretutto, al Partito popolare europeo aderisce un capo di governo come Viktor Orban, che è l’ispiratore e leader del Quartetto, capofila degli Esp. Da Budapest a Bruxelles il passo può essere breve, a maggio. Un altro paradosso è che ad Atene governino gli Esp, proprio mentre la Grecia esce dalla crisi grazie all’intervento della famigerata Troika. Su queste pagine, Luca Ricolfi ha osservato che i leader politici e i governanti europei(sti) non sono riusciti a riconoscere per tempo i problemi, per esempio l’impatto dei fenomeni migratori sulle dinamiche sociali. 

Si è preferito tenere fede a un’etica dei principi, piuttosto che ricorrere a un’etica della responsabilità, l’unica che avrebbe consentito di affrontare le questioni aperte invece di farsene travolgere. Senza contare che dietro l’angolo, a premere in direzione Esp, c’è anche il leader del mondo libero, Donald Trump, con la sua irriverenza “sovranista” e il politicamente scorretto. Ecco allora che prima di maggio difficilmente dalle capitali europee potrà venire una risposta diversa all’intransigenza mostrata finora verso l’Italia e verso Salvini. Perché oggi a dominare le cancellerie di molti Stati è la paura che a maggio l’Europa come l’abbiamo conosciuta si dissolva in una polvere non solo di cinque stelle ma di movimenti centripeti, diversamente presenti in una sorta di Lega delle Leghe come quella che Salvini tenta di stringere con Orban. Resta il fatto che le giovani generazioni cosmopolite europee continuano a essere europeiste, vorrebbero addirittura superare la regola dell’unanimità nelle decisioni. E che un’Europa disgregata nei suoi Stati e Staterelli avrebbe scarsa possibilità di sopravvivere in un mondo globale.  Ultimo aggiornamento: 5 Settembre, 15:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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