L'inquietante legame tra boss mafiosi, 'ndrangheta e jihadisti islamici

Mercoledì 7 Giugno 2017
Roma -  Esiste un legame che unisce i terroristi islamici e la mafia. Un aspetto forse trascurato eppure fondamentale per capire una rete che si sta progressivamente allargando. Le rotte jihadiste sono le rotte criminali: percorsi lastricati di sangue che celebrano un matrimonio di interesse fra imam e boss. Un accordo scabroso e oscuro, tutto da esplorare, che rivela una vera e propria osmosi commerciale tra mafie e jihadisti. Ad elencare la sovrapponibilità fra cellule jihadiste, pratiche mafiose al loro interno, e legami transnazionali con le mafie è un libro «Sahara, deserto di mafie e jihad» scritto da Massimiliano Boccolini e Alessio Postiglione, appena pubblicato da Castelvecchi.  Nella relazione 2016 della Direzione Nazionale Antimafia, rilevano gli autori, si legge che «l’evoluzione del terrorismo internazionale e le indagini finora svolte sulle attività delittuose dello Stato Islamico e dei suoi affiliati (o aspiranti martiri) nel nostro Paese confermano l’intreccio fra criminalità organizzata di tipo ma-
fioso e terrorismo internazionale. Più che un intreccio, una totale compenetrazione».
 
Il primo business che islamici e mafie condividono è il contrabbando di merci e i traffici di armi e di droga: queste attività di fatto hanno bisogno di un soggetto con cui scambiare il bene per trarre un profitto. Le altre fon-
ti di finanziamento criminale sono, invece, estorsioni e sequestri di persona; l’Isis si è occupata anche di traffico di
opere d’arte e contrabbando di petrolio e non mancano indizi anche di contrabbando di organi, espiantati dai cadaveri dei nemici.

Il legame fra Isis, jihadisti e le mafie italiane appare  sempre più chiaro. Il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti aveva dichiarato alla Reuters che jihadisti e camorra fanno affari con la droga, imbarcata verso l’Italia
dal porto di Sirte, controllato dal Daesh: tutta la rotta nord-africana della droga è in mano ai jihadisti. Che i rapporti fra Isis e mafie italiane siano in fase avanzata, lo prova il recente caso di Aziz, un iracheno di 46 anni legato all’Isis, arrestato nel marzo 2016 a Castel Volturno (Caserta), con la duplice accusa di negoziare con la camorra accordi sul traffico d’armi e di fornire documenti falsi.

Recentemente un altro caso apre uno squarcio sull’oscuro legame tra mafie e jihad. A Bellizzi, provincia di Salerno, viene arrestato un algerino che, secondo gli investigatori, è collegato agli attentati di Parigi e Bruxelles. Il sospettato si chiama Djamal Eddine Ouali, arrestato su mandato di cattura europeo spiccato dalle autorità del Belgio. Ouali sarebbe legato a un’organizzazione criminale dedita alla produzione di falsi documenti e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Terrorismo o struttura fiancheggiatrice del terrorismo? Il suo nome emerge nel corso delle perquisizioni effettuate dalla polizia belga a Bruxelles, all’indomani delle stragi di Parigi, quando furono rinvenute centinaia di falsi documenti d’identità, fra i quali quelli di tre terroristi appartenenti alla
cellula del Bataclan. Soufiane Kayal, alias di Najim Laachroui, uno dei due kamikaze del caso dell’aeroporto di Bruxelles, Yassine Baghli, ovvero Abdeslam Salah, la primula che è sopravvissuta alle stragi parigine e che verrà arrestato soltanto dopo quattro mesi di latitanza, e Samir Bouzid, ovvero Mohammed Belkaid, sodale di Salah.  Se le ipotesi investigative fossero confermate, si tratterebbe di capire se la rete di collaborazione fra attentatori e l’expertise locale della camorra, vertice del talento criminale nella falsificazione di documenti, abbia assunto la
forma della partnership stabile o si tratti solo di una sinergia casuale. Di sicuro, un report del Governo americano pubblicato da Wikileaks dimostrerebbe che la connessione tra le mafie italiane e i gruppi terroristi non è
affatto una novità.
 
La ’ndrangheta calabrese per esempio ha istituito delle sue basi logistiche in Togo nel 2004, quando sono state trovate le prove della presenza dei clan Pesce e Mancuso, che si occupavano di traffico di cocaina. La presenza operativa della ’ndrangheta è stata confermata nel 2007, quando la Guardia di Finanza ha sequestrato 250 chili di cocaina boliviana a Milano, appartenente al clan Morabito-Bruzzaniti-Palamara e proveniente dall’Africa.
Nel 2005, i servizi di sicurezza italiani hanno arrestato il boss mafioso, appartenente al mandamento di Partinico, Giovanni Bonomo a Dakar. In Senegal e in Guinea, arrivano infatti le partite colombiane che poi vengono distribuite dalla rete jihadista e trasportate fino all’Italia. Tracce, indizi, sospetti collegano il jihad alla mafia. Sospetti che si
fanno sempre più chiari anche con i casi Amri e Di Leva-Fontana. I casi Amri e Di Leva-Fontana. Il dicembre 2016, alle porte di Milano, a seguito di un banale controllo di polizia, viene ucciso Anis Amri, l’attentatore della strage di Berlino che, solo pochi giorni prima, aveva travolto decine di innocenti nella capitale tedesca a bordo di un tir. Le domande si fanno incalzanti. Perché Amri era diretto in Italia? Esiste una rete di supporto ai jihadisti nel nostro Paese? Una rete straniera o, molto più probabilmente, costituita da mafiosi italiani, che cooperano con i jihadisti in nome del business? Amri cercava un appoggio a Sesto San Giovanni, ma probabilmente la sua destinazione finale era in Sicilia dove lo aspettava una donna, forse innamorata di lui. Amri, d’altronde, era finito in carcere a Palermo, per scontare quattro anni di reclusione a seguito degli atti di vandalismo che aveva compiuto in un centro di prima accoglienza, dove era finito anni addietro quando per la prima volta, dalla Tunisia, era arrivato in Italia come migrante: in quella occasione gli fu rifiutato lo status di richiedente asilo.
  Ultimo aggiornamento: 18:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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