Travolto e ucciso nella sua Mini a Milano, il gup: «L'auto d'epoca non è un'attenuante»

Venerdì 4 Maggio 2018 di Claudia Guasco
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Alle otto e mezza di mattina dello scorso 11 agosto Luca Andrea Latella, trentuno anni, avvocato milanese, stava andando a lavorare a bordo della sua Mini Cooper. Era fermo a un semaforo quando un Mercedes Vito gli è piombato addosso: il giovane è morto per le gravi ferite riportate, il peruviano alla guida del van è stato arrestato. E il suo difensore ha sostenuto, durante il processo con rito abbreviato, che se Latella avesse guidato una macchina più moderna, forse le conseguenze non sarebbero state così drammatiche.

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Ma per il gup non è così: nel caso di un omicidio stradale la scelta della vittima di guidare o un’auto d’epoca, e come tale senza «gli stessi standard di sicurezza di un veicolo nuovo», oppure «una piccola utilitaria di ultima generazione» e non «un suv di dimensioni imponenti», non può essere considerata una concausa tale da consentire all’imputato la concessione delle attenuanti con effetto speciale e quindi lo sconto di oltre un terzo della pena.

«SICUREZZA GARANTITA»
Lo scrive il giudice di Milano Manuela Accurso Tagano nelle motivazioni della sentenza, ora impugnata, con cui ha respinto l’attenuante invocata dalla difesa condannando a tre anni e mezzo di carcere il peruviano che, in stato di ebbrezza, non si era accorto della Mini Cooper «d’epoca» ferma al semaforo rosso in una strada deserta in periferia. Mini che ha tamponato «violentemente» per l’«alta velocità» a cui viaggiava, causando la morte sul colpo del giovane avvocato. Per il giudice è stato accertato che la vettura del legale «potesse circolare» e che «era dotata dei dispositivi di sicurezza imposti dalla legge».

E il fatto «che il veicolo, essendo stato immatricolato nel 1991, non presentasse gli stessi standard di un veicolo nuovo, non può assurgere a livello di concausa, atteso che la scelta» di guidare la Mini Cooper e non un’altra auto, «era del tutto lecita» e non «anti-doverosa» in modo da poter far assurgere «a concausa» tale circostanza. In sostanza, «all’impossibilità di muovere un rimprovero a chi sceglie di guidare un veicolo con determinare caratteristiche, in ipotesi anche tali da renderlo meno sicuro di un altro - e ciò varrebbe anche nei casi di raffronto tra una piccola utilitaria di ultima generazione e un suv di dimensioni imponenti, si accompagna la preclusione di considerare come concausa il fattore che in tale insindacabile scelta trovi la sua origine».

«AVEVO BEVUTO, ANDAVO VELOCE»
Di quell’utilitaria Latella andava fiero, tanto che sulla foto del profilo Linkedin posava sorridente accovacciato accanto. Quella mattina di agosto era fermo al semaforo in attesa del verde all’angolo tra via Ferrari e via Campazzino quando un Mercedes Vito gli è piombato addosso a tutta velocità: inutili i soccorsi, non c’è stato neanche il tempo di trasportare l’uomo in ospedale. L’impatto ha completamente distrutto la parte posteriore del veicolo, non lasciando scampo al conducente morto sul colpo.

Alla guida del Vito c’era un peruviano di 34 anni, portato in codice verde al Niguarda e poi negli uffici della polizia locale. Gli accertamenti nei suoi confronti hanno confermato i sospetti iniziali, ovvero che avesse bevuto dato che nel van sono state trovate bottiglie di birra: il suo tasso alcolemico era superiore al limite massimo fissato per legge a 0,5 e per di più gli era appena stata restituita la patente, ritirata mesi prima sempre per guida in stato di ebbrezza. L’uomo è stato portato nel carcere di San Vittore con l’accusa di omicidio stradale.

«Ho bevuto alle quattro di mattina e andavo veloce», è stata la prima ammissione davanti agli investigatori. Luca Latella, laureato in Bocconi, lavorava da sei anni all’Eniservizi come avvocato specializzato in contrattualistica. Il giorno dopo la sua morte la compagna ha scritto per lui una lettera d’addio e l’ha appesa a un albero a pochi passi dal luogo dell’incidente.

Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 10:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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