MATTEO SALVINI

La cena (senza grillini) con ministri e imprenditori. Salvini ospite d'onore dalla Chirico

Mercoledì 16 Gennaio 2019 di Mario Ajello

Come sarebbe l'Italia senza i 5 stelle? Somiglierebbe a quella che si è riunita ieri sera a cena chez Annalisa Chirico. Tanti tavoli da dieci, nello spazio di via Tomacelli preso per la serata dal movimento garantista Fino a prova contraria, dove nessuno demonizza i grillini ma dove tutti, al netto delle divisioni politiche e anche professionali (ci sono giuristi e magistrati come Gratteri, Lo Voi, il fiorentino Creazzo, imprenditori e manager, Boccia, Malagò, Montezemolo e anche Briatore, politici dem come la Boschi e Bonifazi i berlusconiani Mulé e Ruggeri, e soprattutto tre ministri leghisti: Salvini, Bongiorno e Fontana) cercano quella che non è l'araba fenice ma il cuore del futuro italiano: come costruire una giustizia rapida e giusta che non sia più zavorra per la crescita del nostro Paese.
Si mangia il risotto alla zafferano e il trancio di branzino, poi qualcuno si alza - la prima è la Chirico, poi l'ex ministro e famoso avvocato Paola Severino e il terzo è Carlo Nordio, volterriano editorialista del Messaggero - e dal palchetto i discorsi sono così: chissà di che cosa sarebbero capaci le forze innovative, imprenditoriali ma anche in generale, del nostro Paese se solo potessero contare su un sistema un po' più efficiente, su una giustizia più veloce, su una burocrazia più agile.
 

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Nel tavolo principale siedono: Salvini tra la Chirico e la Severino, Fontana, il magistrato Gratteri e il collega palermitano Lo Voi, Nordio, la Bongiorno e Paolo Di Benedetto. Il vicepremier leghista e il procuratore capo Lo Voi sono legati da un vincolo. «Sì, lui ha controfirmato il mio avviso di garanzia per la nave Diciotti, ma vabbè, sono atti dovuti....», dice Salvini del magistrato che pasteggia insieme a lui. E Lo Voi: «Ma vabbé, era solo una lettera...». Davanti a loro, altro tavolo, quello dove siede l'analista di strategie internazionali Edward Luttwak, che confida: «E certo che i grillini non ci sono. Che cosa c'entrano in questo contesto? Io sono affascinato dalla Lega, non dai 5 stelle». Ma qui nessuno demonizza gli assenti. Anche se il procuratore capo Gratteri, toga anti-Davigo come le altre in questa cena, nel suo discorso demolisce la riforma anti-corruzione che lui chiama «riforma Bonafede»: «Non è rivoluzionaria e neppure risolutiva». E a queste parole un filo d'imbarazzo si coglie sul volto di Salvini che comincia ad armeggiare con il telefonino.

La Boschi e Salvini si tengono a distanza di sicurezza. Il capo della Lega e Bonifazi si stringono la mano e poi entrambi: «Questo non significa fare inciuci, ma essere educati». Salvini viene invitato a parlare dal palco ma si ritrae. Poi spiega andando via: «Per me la nuova giustizia è l'impresa che serve all'Italia. Sono qui per ascoltare magistrati, avvocati e imprenditori, non certo per incontrare la Boschi. Processi più veloci e tribunali più efficienti sono il nostro obiettivo: riusciremo dove tutti gli altri hanno fallito». Il desiderio dei presenti è quello di romanizzare il barbaro, ovvero sperano tutti nella svolta moderata di Salvini. Ci sarà? Intanto viene alla mente quella pagina del Diario romano di Vitaliano Brancati in cui si racconta di come l'apparizione di Togliatti nell'immediato dopoguerra nei salotti della Capitale scatenò la corsa a chi era più bravo ad «addomesticare la belva». In quel caso l'impresa, in un certo qual modo, riuscì. Ora invece in questa sala, dove tutti comunque lo omaggiano, quasi tutti non condividono affatto i toni muscolari («Deve marcire in galera») che Salvini ha usato su Cesare Battisti. Gratteri chiosa: «Dice quello che molti italiani pensano e molti italiani non hanno un pensiero raffinato».

LA STRATEGIA
La strategia della Chirico, che viene dai radicali, è quella pannelliana: «Quando si vuole arrivare a un obiettivo giusto, si mettono insieme persone e mondi diversi». E intanto sono stati allestiti dei gruppi di studio per la riforma della giustizia e a maggio in un altro evento si tireranno le somme di questo lavoro. Paola Severino va al nocciolo della questione che è riassumibile così: i giuristi sono dei costruttori, gli imprenditori sono dei costruttori e dunque sono due mondi che devono interagire per la modernizzazione dell'Italia. «Penso - osserva la Severino - in primo luogo al Tribunale delle imprese, la cui costituzione mi sembra abbia cercato di dare risposta a due esigenze importanti. Avere giudici sempre più specializzati sui temi più tecnici e più caldi della giustizia nel rapporto con l'attività produttiva e assicurare una risposta efficiente alla domanda di giustizia».
La serata è stata mondana ma talvolta la mondanità può servire.
 

Ultimo aggiornamento: 15:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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