Dossier sui centri sociali, scatta l'allarme eversione: «Sgomberi immediati»

Lunedì 11 Febbraio 2019 di Michela Allegri
Pugno duro del Viminale contro «i centri sociali occupati da delinquenti: li chiuderemo», annuncia il vicepremier Matteo Salvini, che attende nelle prossime settimane un dossier già chiesto a prefetti e questori di tutt'Italia sulle realtà a rischio. Alcuni dati ci sono già: i gruppi anarco-insurrezionalisti sovversivi sono concentrati soprattutto a Torino, Milano, Padova, Bologna. E a Roma, dove il centro sociale più attivo e, per gli inquirenti, pericoloso, è il Bencivenga, nel quartiere Nomentano, lo stesso dove nel 2014 venne arrestato il terrorista spagnolo Xabier Gonzalez Sola, uno dei leader del Collettivo Bandiera Nera. «Dalle parole ai fatti, i teppisti in galera», promette il ministro dell'Interno, per allontanare dall'Italia lo spettro di un moto di rivolta in stile parigino che preoccupa chi le indagini le conduce. Perché il questore di Torino, Francesco Messina, commentando i disordini che hanno seguito lo sgombero del centro sociale l'Asilo - il bilancio è di 11 manifestanti arrestati e 215 identificati -, ha parlato di un corteo composto da «gente addestrata e venuta in piazza per mettere in atto strategie sovversive, giunta da tutta Europa, da Francia, Spagna, Croazia e Serbia. C'è stata una chiamata alle armi, sono state usate tattiche militari». Ma il dettaglio che più allarma è un altro: «In quella che non si può definire protesta sociale, c'erano soggetti che nulla hanno a che vedere con l'ideologia anarco-insurrezionalista. Una solidarietà che non mi spiego. C'erano addirittura una consigliera comunale di Torino - Deborah Montalbano, ex M5S - e una di Giaglione - paese della Val Susa interessato dai cantieri della Tav -, c'erano centri sociali come Askatasuna e Manituana, i comitati No Tav, gli Studenti Indipendenti».

NUOVI SCONTRI
Ieri si sono verificati nuovi scontri, culminati in un incendio provocato dal lancio di molotov e petardi da parte di un gruppo di anarchici nel carcere di Le Vallette, dove si trovano gli arrestati. Mentre sui muri della città sono comparsi messaggi di solidarietà «ai compagni» ed è stato lanciato un comunicato sul web: «Non finisce qui, il corteo di è solo l'inizio, ora è il momento per fare partire una lotta serrata che dalle ceneri di questa operazione repressiva faccia nascere un nuovo fiore».
Una manifestazione, quella dei gruppi insurrezionalisti, organizzata da giorni. Perché lo sgombero dell'Asilo di via Alessandria, occupato dal 1995, è cominciato con la notifica con la notifica di 7 provvedimenti di custodia cautelare in carcere, ma è arrivato in concomitanza con un altro appuntamento giudiziario importante: l'inizio questa mattina nell'aula bunker di Torino della requisitoria del processo Scripta Manent, che vede altri 7 anarchici della Federazione Informale Fai/Fri a processo con l'accusa associazione con finalità di terrorismo, per avere pianificato e attuato attentati con l'uso di esplosivi. Un'inchiesta della Digos che aveva portato a perquisizioni e arresti in Piemonte, Liguria, Lazio, Emilia Romagna, Lombardia, Sardegna, Abruzzo, Campania e Umbria.

L'INTELLIGENCE
A lanciare l'allarme per «le possibili spinte anti-sistema provenienti dai circuiti anarco-insurrezionalisti» è anche l'ultima relazione del Dis al Parlamento: «Gli ambienti più radicali sono stati impegnati nel tentativo di rilanciare l'area sul piano operativo, a seguito dell'operazione Scripta Manent», iniziata nel settembre 2016. In concomitanza con gli arresti, è scattata una campagna sul web «mirata alla solidarietà per i compagni inquisiti» e culminata nell'invio di due plichi esplosivi ai pm di Torino. Mentre dall'inizio del processo è partita «una rinnovata mobilitazione a sostegno dei militanti, accompagnata da un appello internazionale apparso sui siti d'area», a cui sono seguite azioni dimostrative e rivendicazioni.

GLI ATTENTATI
Il Dis sottolinea inoltre il ritorno in scena negli ultimi due anni «della Fai/Fri, che ha rivendicato, con la sigla Cellula Santiago Maldonado (dal nome di un attivista argentino), l'esplosione di un ordigno rudimentale 7 dicembre 2017 davanti alla Stazione dei Carabinieri San Giovanni, a Roma». Un attentato a cui ne sono seguiti altri due, nel gennaio 2018, contro i commissariati Prati e San Lorenzo. Nel comunicato «si riaffermava la necessità del ricorso all'azione diretta distruttiva, si stigmatizzavano le politiche repressive e militari dello Stato italiano e, in particolare, gli accordi del Ministro dell'Interno con i sanguinari colonnelli libici in funzione di contrasto all'immigrazione illegale e si lanciava, nel contempo, una campagna internazionale di attacco contro uomini, strutture e mezzi della repressione». Solo due giorni prima dall'attentato di Roma, era comparso sul web un comunicato intitolato «Chiamata al Dicembre Nero», contenente «un Appello internazionale alla galassia anarco-insurrezionalista per un mese di azioni dirette contro il dominio, attaccando le sue strutture e i suoi rappresentanti e confermata, più in generale, dai numerosi interventi di solidarietà rivoluzionaria registrati da tempo all'estero in sostegno dei compagni italiani». Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 16:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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