Coronavirus, cosa abbiamo imparato in due mesi: dalla mappa genetica alle cure

Coronavirus, cosa sappiamo e quanto abbiamo imparato
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Domenica 19 Aprile 2020, 20:32 - Ultimo aggiornamento: 21:42

Un virus mai visto, che ha colto impreparato tutto il mondo e costretto a nuove abitudini di vita, a procedure di emergenza e a una corsa per condividere le conoscenze attraverso mappe genetiche e per cercare, tra vecchi farmaci, qualcosa che funzionasse. Le avvisaglie c'erano state osservando quanto stava accadendo in Cina, ma il 20 febbraio scorso il paziente 1 dell'infezione da virus SarsCoV2 ha segnato in Italia l'inizio di qualcosa di radicalmente nuovo. In due mesi abbiamo imparato molto, ma c'è molto che non sappiamo ancora. «Abbiamo imparato che forse il nuovo coronavirus è arrivato da noi prima che lo sospettassimo», osserva il direttore dell' Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi.

«Eppure - aggiunge - è emerso che in Cina dal 17 novembre erano state segnalate polmoniti anomale e da allora il primo allarme è stato lanciato solo il 31 gennaio: da allora è passato molto tempo e in tanti dalla Cina hanno viaggiato verso il resto del mondo». Di conseguenza «abbiamo imparato che una comunicazione più tempestiva potrebbe evitare tantissimi guai». È emerso il dramma dei mercati orientali di animali selvatici, nei quali pipistrelli, pangolini e serpenti sono stipati accanto agli animali domestici e dove nuovi virus possono trasmettersi da una specie all'altra fino a mutare, diventando aggressivi per l'uomo.

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Tuttavia non è ancora chiaro in quale animale sia nato il nuovo coronavirus. Eppure il dilagare dell'epidemia ci ha sorpresi, non c'erano i piani pandemici e «abbiamo imparato - osserva Remuzzi - che anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità non sempre riesce ad agire tempestivamente». Per esempio, «all'inizio aveva suggerito di fare i tamponi solo ai sintomatici, mentre nello stesso periodo Singapore e Corea del Sud riuscivano a individuare i contagiati facendo il tampone a tutti i loro contatti, anche se asintomatici».

 


È arrivata tardi anche l'evidenza che asintomatici potevano trasmettere la malattia. «I ritardi dell'Oms sono stati comprensibili, ma in queste circostanze drammatiche abbiamo dovuto imparare a trovare le informazioni utili, così come - prosegue - abbiamo imparato che nella comunicazione è importante avere una regia centrale: non è pensabile che ogni regione vada per conto suo e che non è detto che troppi consulenti facciano bene: in Italia ne abbiamo circa 800 che ruotano intorno a ministeri e regioni».

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C'è stata incertezza anche in tema di mascherine, dalle chirurgiche che proteggono soprattutto chi ci è vicino alle Ffp1, Ffp2 e Ffp3 dotate di filtri. Va anche detto, osserva Remuzzi, che in questi mesi è emerso poi che i problemi che ha affrontato l'Italia sono gli stessi anche in altri Paesi. Così come il virus che la provoca, la Covid-19 è una malattia mai vista: all'inizio sembrava una polmonite grave, ma «adesso sappiamo che è una malattia sistemica, che oltre ai polmoni colpisce cuore, vasi sanguigni, fegato e reni e che - aggiunge - forse va rincorsa casa per casa perché quando si aggrava diventa difficile da curare».

Anche la scienza è stata sorpresa al virus, con una corsa mai vista a ottenere migliaia di mappe genetiche indispensabili per cercare farmaci e vaccini: «il virus ci ha messo di fronte a necessità di una collaborazione globale con regole diverse da quelle che avevamo». Non sappiamo infine se il nuovo coronavirus è sensibile alla temperatura e se sparirà in estate; né se muterà al punto di convivere con noi, se gli anticorpi ci proteggono per sempre o se chi sì è ammalato può ammalarsi si nuovo. Quello che è certo, conclude Remuzzi, è che «ci troveremo a convivere a lungo con il virus e dovremo continuare ad avere precauzioni».

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