La cura per l’economia/ Correggere vecchi vizi e far tornare le imprese

Domenica 8 Marzo 2020 di
Dobbiamo renderci conto che le conseguenze economiche del coronavirus sono più pesanti anche rispetto alle peggiori previsioni. Non è più un fenomeno solo cinese come alle origini, non riguarda più un numero ristretto di Paesi (tra i quali l’Italia), ma si sta sostanzialmente estendendo, almeno in questa fase, in tutti i Paesi ad elevato livello di sviluppo.

Inoltre, così come accade in medicina per i virus, le sue conseguenze economiche mutano di intensità e durata. In una prima fase siamo stati colpiti dall’impatto negativo sull’offerta di beni e servizi. L’interruzione della produzione cinese non solo ha messo in crisi quello che sta ormai diventando il più grande produttore mondiale ma, facendoci mancare i suoi componenti e i suoi prodotti intermedi, ha creato enormi difficoltà anche al nostro sistema industriale. La diffusione del morbo in Italia ci ha portato rapidamente in una fase nuova, creando non solo difficoltà all’offerta ma anche alla domanda.

Il crollo del turismo, le necessarie limitazioni poste ai movimenti e all’attività di tutti icittadini hanno aggiunto alla crisi della produzione un rapidissimo crollo della domanda in diversi settori, con conseguenze improvvise e catastrofiche sull’occupazione e sugli equilibri aziendali. Sono entrate improvvisamente in sofferenza anche famiglie ed aziende che, fino al giorno prima, godevano di una situazione di tutta sicurezza. Un quadro di questo tipo richiede quindi misure completamente diverse e assai più forti di quelle messe in atto nelle crisi precedenti. Sono diventati improvvisamente urgenti interventi immediati, interventi che gli economisti chiamano “di breve termine”. In primo luogo dedicati al rafforzamento delle strutture sanitarie, ma subito accompagnati da un aiuto alle imprese e alle famiglie colpite. Si sta in questi giorni disputando se i sette miliardi e mezzo decisi a questo scopo dal governo siano o meno sufficienti. Sono una cifra sufficiente per il futuro già certificato, ma certamente non lo sono per fare fronte a una probabile lunga durata della crisi. Oggi però non si deve discutere sul possibile totale delle somme necessarie. Bisogna solo operare per un immediato impiego delle risorse disponibili: le imprese e le famiglie che improvvisamente crollano non possono avere il fallimento o la disperazione come sola alternativa. Il tutto in un paese in cui la crescita zero appare oggi una prospettiva ottimista. A questo punto si apre il problema su come finanziare questa spesa aggiuntiva. A differenza di altre occasioni nelle quali ho difeso gli allora necessari equilibri di bilancio, ritengo che gli interventi a breve debbano oggi essere non solo messi in atto con urgenza, ma finanziati anche in deficit, purché le risorse siano spese bene: bisogna a ogni costo evitare che le imprese falliscano e che i lavoratori siano licenziati e, quindi, deprimano ancora più la domanda di beni e servizi. Il contesto è oggi radicalmente diverso da quello della crisi del 2008-2009 e la vecchia ricetta dell’abbassamento dei tassi ha già esercitato tutti i suoi possibili effetti. Nel contesto di oggi abbassarli ulteriormente non serve, come ammettono perfino i banchieri centrali nonostante le insistenze contrarie di Trump. Resta naturalmente il problema dell’assenso dei partner europei a un possibile maggiore deficit. Interpretando le più recenti evoluzioni politiche, ritengo che la Francia possa essere in linea con la decisione di un certo aumento del deficit, mentre sarà assai più complesso convincere il governo tedesco e la Presidente della Commissione Von Der Leyen che, anche nel suo recente intervento, procede come se il Coronavirus non esistesse. Sono sempre stato e rimango contrario al proverbio che dice “mal comune mezzo gaudio”. Sono tuttavia convinto che la inevitabile diffusione del virus anche in Germania obbligherà i tedeschi (già abbiamo qualche segnale in questa direzione) a ripensare alla politica economica da adottare per uscire dal dramma. In ogni caso i partner europei debbono capire che il nostro paese è giustamente compatto nel richiedere che si affronti con la dovuta energia e con le necessarie rilevanti dimensioni una crisi che oggi ha colpito noi, ma che domani colpirà tutti. Se non fa questo l’Europa si allontana dalle ragioni della sua esistenza. E la gente lo capisce con chiarezza. I nuovi eventi ci obbligano tuttavia a riconsiderare con urgenza anche molte strategie produttive su problemi che consideriamo “a lungo termine”. Già da qualche tempo abbiamo fatto presente che i costi della Cina e di Paesi verso cui si erano trasferite molte imprese europee sono diventati meno competitivi, soprattutto nei confronti delle aziende italiane che, rispetto a Francia e Germania, hanno costi del lavoro sensibilmente inferiori pur in presenza di una nostra robusta capacità concorrenziale. Adesso abbiamo la concreta evidenza che, a questi fattori, si aggiunge non solo il peso delle incertezze politiche degli scorsi mesi ma anche il gigantesco danno di questi eventi imprevedibili, ma purtroppo non impossibili. Bisogna perciò che il Ministro dello Sviluppo Economico promuova immediatamente un autorevole gruppo di lavoro per organizzare tutti gli incentivi di carattere economico e tutte le misure di carattere amministrativo e istituzionale in modo da rendere conveniente il ritorno delle imprese fuggite e favorire l’arrivo nel nostro paese di un flusso aggiuntivo di investimenti stranieri. Abbiamo infatti bisogno di un chiaro quadro di riferimento dei nostri vizi da correggere e delle nostre potenzialità da rafforzare per evitare che il Coronavirus sia la pietra tombale della nostra economia e diventi invece l’occasione per liberarci dagli errori commessi e porre fine al declino che ci ha accompagnato in questi ultimi anni.
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