Il piano che manca/ L’occasione da cogliere per salvare la scuola

Lunedì 31 Agosto 2020 di
In questi giorni prendersela con la ministra dell’Istruzione e con la Scuola sembra essere diventato - in attesa della ripresa del campionato - lo sport preferito di un Paese che è ossessionato dall’idea di dover trovare un capro espiatorio per guai antichi che si stanno trasformando in angoscia. 

Sono tre, in particolare, le fesserie che sono circolate in questi mesi nei quali abbiamo dovuto confrontarci con quella che è stata - secondo i dati che l’Unesco sta raccogliendo a livello mondiale - la più lunga chiusura degli istituti scolastici che un Paese abbia fatto registrare. La prima è che la formazione non interessa perché non genera Prodotto interno lordo. La seconda è che la politica non se ne occupa perché la Scuola non genera consenso. La terza - ancora più grossa - è che un’organizzazione che conta 800.000 dipendenti (contando solo gli insegnanti) e che serve 9 milioni di “clienti” (più circa 15 milioni di genitori) possa essere amministrata da un ministero a Trastevere al quale spettano, dunque, tutti gli oneri e gli onori di un processo così vasto. In realtà, il vero errore della ministra Azzolina, è stato quello di non porre con chiarezza la necessità di dover usare l’emergenza per avviare quella ristrutturazione radicale del sistema scolastico che è sfuggita a tutti i suoi predecessori.

In realtà, una Scuola malandata diventa la crisi di coscienza di un’intera comunità che ha perso persino la capacità di occuparsi dei propri figli ed è l’intera società italiana che deve riprogettarsi attorno all’unico luogo dove può ritrovare futuro. 

Cominciamo, allora, a smontare gli abbagli. Secondo analisi che si stanno affinando (ne hanno prodotte sia singoli governi, sia istituzioni come Brookings) chiudere gli istituti per metà anno significa ridurre del 5% all’anno e per l’intera vita lavorativa, la capacità di reddito dei malcapitati studenti. Proiettando questi numeri sulla già anemica Italia significa abbassare di quasi un punto percentuale la crescita del Prodotto interno lordo per quarant’anni; il valore attuale di questo salasso vale da solo (- 19%) più di quello della già catastrofica diminuzione di Pil per il solo 2020. Certo la didattica a distanza può aver tamponato l’emorragia: tuttavia, essa è distribuita in maniera ineguale e ciò aggiunge - come ulteriore conseguenza - anche l’aumento di diseguaglianze corrosive. Il problema è che, però, per quanto la chiusura delle scuole faccia ancora più male di quella delle fabbriche, la seconda farebbe più notizia perché produce danni più immediati e ciò ci porta alla questione del consenso.

È assolutamente falso che la Scuola non produce voti. Lo sapevano bene i dirigenti della più formidabile macchina di produzione e mantenimento di consenso popolare nella storia delle democrazie liberali: in decenni di governi di coalizione, quello dell’Istruzione fu l’unico dicastero di cui la Democrazia Cristiana non lasciò mai la guida, fino alla sua scomparsa nel gennaio del 1993. Il punto, però, è che la generazione di politici che ha governato la seconda Repubblica, deve aver capito (male) che l’unico modo per conquistare voti è attraverso campagne di assunzioni (e infornate di precari): guidare la formazione significa, invece, esercitare egemonia culturale, fornire alle famiglie il servizio più importante.

Infine, il mito più pericoloso. Quello che il destino della Scuola dipende interamente da ciò che succede nel palazzo completato quando fu ministro Giovanni Gentile. Tale presunzione è sbagliata per due ragioni. 

La prima: il ministro è quello che più di tutti rischia di fare da bersaglio di tutti, se è lasciato da solo; se ne cambiamo cinque in cinque anni e non ha, neppure, il tempo di concepire un piano; se l’istruzione non viene riconosciuta come leva fondamentale di sviluppo economico e non scala posizioni nelle priorità che gli assegna la legge finanziaria; se una città non fa partire dalla riapertura delle scuole piani urgenti di riutilizzazione di spazi pubblici dismessi e strategie di ridisegno del trasporto pubblico.

La seconda ancora più fondamentale: la battaglia per il futuro si gioca - letteralmente - istituto per istituto, comune per comune. Il ministero deve indicare standard minimi da rispettare: onestamente ciò è stato fatto dal 26 giugno e facendo riferimento alle indicazioni di un Comitato Tecnico Scientifico che doveva essere, però, coinvolto - da consulente e non solo da “giudice” - nella implementazione (ed evitare di parlare di “rime buccali” dimostrando, appunto, distacco). 

Ma, soprattutto, aveva ed ha il compito di dare, appunto, gli strumenti a chi combatte - aula per aula - la guerra contro il Covid. In questo senso l’errore vero è accettare (come fa, appunto, il Documento del 26 giugno in un allegato tecnico nel quale si annida il solito diavolo della burocrazia) che, persino, lo “sfalcio dell’erba” e la “verniciatura di una persiana” continui ad essere competenza dell’Ente locale. 

Il Covid 19 fornisce, però, ancora una straordinaria occasione. Tra qualche mese ci dovremo rassegnare a verificare che ci sono scuole che riescono a stare aperte e, persino, a migliorare le proprie prestazioni con il supporto di una didattica a distanza più mirata. Ed altre che diventeranno rappresentazione drammatica della privazione del diritto fondamentale allo studio. Non è detto che sia la sola antica logica Sud-Nord a determinare la differenza che, invece, sarà fatta dalla passione di presidi, insegnanti, famiglie e studenti che decideranno di correre qualche rischio in più per conquistarsi il diritto ad avere un futuro. Trastevere può e deve trasformarsi in un sistema di gestione della conoscenza che individui e trasferisca sperimentazioni di successo tra una scuola ed un’altra per portare un pezzo della società italiana (il più importante) in un secolo entusiasmante e pericoloso.

Era questa l’occasione - e lo è ancora se non vogliamo rassegnarci ad una condizione di sottosviluppo che ci porterà fuori dall’Europa - per pretendere per la Scuola l’inveramento di un principio di autonomia mai attuato; più risorse per applicare, ovunque, il tempo pieno, districare il nodo della responsabilità degli edifici scolastici (che continua a galleggiare tra dirigenti e enti locali) e per immettere - ogni anno - docenti più giovani (il grafico che accompagna l’articolo racconta un pezzo importante del problema); per ridare agli insegnanti il prestigio che avevano appena trent’anni fa e che, ancora, hanno nei Paesi che stanno vincendo (dalla Cina all’Estonia); per accompagnare i presidi - spesso eroici quanto certi medici ed infermieri - con una vera e propria struttura dirigenziale (hanno affrontato l’emergenza senza neppure potersi avvalere di un architetto); per valutare ogni scuola (e lo stesso ministero) e legarvi premi significativi.

Deve essere questo il primo capitolo del piano italiano di riforme e investimenti da presentare entro ottobre alla Commissione Europea per accedere a finanziamenti europei ingenti ma che vanno restituiti. 

In fondo è questa la nuova questione morale, dando all’Etica il suo unico, possibile significato: regole e comportamenti che ci servono per essere degni dei nostri figli. E di quell’istinto alla sopravvivenza condiviso che definisce la civiltà umana.

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