Paolo Pombeni

Il caso Generali/ Quella deriva pericolosa dei manager autoreferenziali

di Paolo Pombeni
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Venerdì 22 Ottobre 2021, 00:11

Perché un tema apparentemente molto tecnico come la modalità di formazione dei consigli di amministrazione delle grandi società quotate in Borsa dovrebbe interessare l’opinione pubblica? Non certo per ricamarci sopra storie tipo “Wall Street”, lo spettacolare film di Oliver Stone, o cose simili. Piuttosto perché si tratta di tematiche che toccano il nostro sistema di organizzazione dei poteri decisionali, qualcosa che è molto più complesso della semplice questione di chi siede nelle sedi istituzionali. 

Non è per caso che il Copasir, il Comitato posto a presidio della sicurezza della Repubblica, insieme alla Consob, la Commissione di vigilanza della Borsa, hanno avviato indagini parallele su quanto sta accadendo ai vertici di Generali e Mediobanca onde evitare che un patrimonio cruciale per la stabilità del Paese finisca in mani il cui obiettivo primo non è certo il benessere del Paese. 

Dietro il caso sollevato in questi mesi sul rinnovo del consiglio di amministrazione delle Generali c’è infatti tutto un retroterra di “ideologismi dimostrativi” (riprendo una definizione di Luciano Cafagna sulle tensioni che percorsero la sinistra politica) con cui sarebbe bene fare i conti, visto che, come sempre, dietro nobili propositi finiscono per nascondersi utilizzi anche inappropriati. 

Ridotta in termini semplici, la questione è la seguente: a chi deve toccare la designazione dei vertici operativi di una grande impresa quotata in Borsa? Il “candido” di turno risponderebbe: a quelli che hanno messo i capitali per farla vivere e operare. Già, ma lo sport più diffuso in questa latitudine è di pensar male, sicché il “capitalista” è per sua natura interessato più al suo vantaggio che al bene generale dell’impresa, che invece, per postulato, sarebbe l’unico interesse che anima il manager che la guida. 

Chi abbia una visione un po’ meno astratta della realtà capisce subito che non è così. Certo, l’azionista non è un benefattore disinteressato, ma sa bene che se vuol salvare e incrementare il suo patrimonio non può adottare un’ottica miope e dunque si sente parte ed opera come membro di un sistema politico-sociale. E allo stesso tempo, facendo in modo trasparente il suo interesse fa l’interesse di tutti gli altri azionisti. Il manager a sua volta, oltre all’interesse dell’impresa ha davanti il suo interesse personale, che è strettamente legato al mantenimento del suo ruolo nell’azienda anche a prescindere dall’interesse di chi ha messo i capitali: il modello Mediobanca docet. 

Ora, il dibattito su cosa convenga al sistema politico-economico per mantenere le grandi imprese e società quotate funzionali al suo sviluppo ruota da tempo intorno alla questione dell’equilibrio fra proprietà e management. Secondo il vecchio principio liberal-costituzionale per cui «il potere limita il potere», si è perciò voluto fare in modo che non fosse possibile che la componente del “denaro” (ovvero il capitalista che impegna il suo patrimonio) potesse condizionare totalmente quella della “competenza” (che per assioma viene attribuita ai manager e presa per neutra). 

Così alcuni anni fa si è arrivati a un impianto per cui nel sistema di selezione dei consigli di amministrazione si sarebbero dovute evitare le preminenze totalizzanti di alcuni grandi azionisti promuovendo, per contro, un potere di indirizzo della governance da parte del management cui è affidata la gestione dell’azienda. 
Ora, se tutto questo fosse esercitato con il dovuto equilibrio nella direzione di produrre una virtuosa concorrenza fra gli obiettivi del capitale di produrre ricchezza, e di conseguenza benessere sociale, e la volontà del management di essere il braccio esecutivo per questo fine al servizio del quale mette la sua competenza, l’obiettivo ideale potrebbe dirsi raggiunto. 

Ed è proprio per evitare dispersioni di energie e costosi confronti interni che si è scelta la via di far votare la formazione dei cda non sulla base di candidature singole, ma per liste, ovvero blocchi di persone che siano omogenee rispetto agli obiettivi da perseguire, sebbene con il rischio di figure che avallano acriticamente le proposte del management. 

Come sempre, tutto sembra facile sulla carta, molto meno nella realtà. Perché poi bisogna scegliere a chi toccherà comporre e proporre la lista. 

Partendo dal presupposto che il cda è il luogo in cui convivono capitale e management, si è così dato ad esso il potere di sottoporre alla votazione la lista per la sua successione. Anche qui, sulla carta la faccenda gestita opportunamente può funzionare se si suppone che nel cda in scadenza siano già presenti tutte le componenti rilevanti che formano il capitale societario e la gestione manageriale. Certo, il rischio della perpetuazione dello status quo c’è, ma è un rischio che si può correre a patto di mantenere il principio per cui la lista da proporre deve essere approvata dal cda in scadenza all’unanimità, perché così si garantisce che nessuna componente possa venire estromessa con un colpo di mano, soprattutto nel caso di riconferma dei vertici uscenti a cui basta avere la simpatia di una parte del consiglio, magari la più condiscendente. 

Ed è esattamente questo che si vuole proporre in modo arbitrario al prossimo rinnovo del cda delle Generali: si voterà su una lista non elaborata con l’unanimità del cda uscente, ma da una maggioranza di questo che emargina una sua componente tutt’altro che di minoranza, vista la rilevanza dei capitali impegnati e la quota azionaria rappresentata. E ancora peggio si rischia di creare precedenti pericolosi.

Pensare che una operazione del genere sia qualcosa che interessa solo ai cosiddetti “salotti buoni” di un tempo, per cui alla generalità dei cittadini non deve importare, è profondamente sbagliato. I principi su cui si fonda un sistema politico sono più interconnessi di quel che ingenuamente si potrebbe ritenere. Sicché un sistema che in un ambito specifico come l’alta finanza sancisca la legittimità di azioni di maggioranze neppure qualificate a scapito di altre componenti, peraltro di uguale rilievo, finisce poi per giustificare la trasmissione di questo modo di agire a cascata su tanti altri ambiti. E non ci vuole molta fantasia per capire dove si andrebbe a finire. 

Di tutto c’è bisogno in questo delicato momento in cui l’Italia vuole rilanciarsi e ricostruirsi, meno che di meccanismi che favoriscano il perpetuarsi di lobby sedimentate, capaci di favorire quello che le indagini del Copasir e della Consob mirano ad evitare. C’è invece molto bisogno di imprenditorialità e dinamismo, di circolazione delle élite, di dialettica virtuosa fra componenti. Solo così sarà possibile valutare responsabilità e qualità, aprendo una fase di sviluppo che invogli le migliori forze presenti in Italia - e non solo in Italia - a giocare qui le proprie carte.

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