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Ferdinando Adornato

Politica al bivio/ La civiltà digitale che riduce la partecipazione

di Ferdinando Adornato
4 Minuti di Lettura
Martedì 21 Giugno 2022, 00:01

Dalla Francia è arrivato l’ennesimo allarme. Quando più o meno la metà della popolazione sceglie di non votare, non c’è dubbio che la funzionalità della democrazia è seriamente minacciata. E se Parigi piange, Roma certo non ride. L’astensionismo di massa sta diventando un problema per tutto il vecchio continente. Ogni Paese ha certamente bisogno di analisi specifiche: da nazione a nazione, possono cambiare cause e conseguenze. Ma non c’è dubbio che, da almeno un paio di decenni, è in atto negli Stati liberali una “rivolta contro le èlite” che coinvolge, in un contagio di sfiducia, il concetto stesso di democrazia rappresentativa. 
Il fenomeno è ben noto, eppure tra le innumerevoli, lucide analisi fin qui prodotte forse non è stata assegnata sufficiente importanza a una domanda tanto netta quanto inquietante: siamo sicuri che la civiltà digitale, che ormai domina la nostra vita, sia pienamente compatibile con la democrazia rappresentativa? Lo sappiamo: l’umanità sta attraversando un “passaggio di civiltà”. Le nuove tecnologie modificano nel profondo sistemi produttivi, comportamenti, abitudini, linguaggi, stili di vita. Possono allora non influenzare profondamente anche il rapporto tra cittadino e Stato?

Il fatto è che quella fondata sul digitale è una “civiltà dell’immediatezza” che abitua a una vorticosa velocità delle comunicazioni e delle decisioni, a un consenso in diretta sullo stigma degli “I like”. La democrazia, invece, è per sua natura il “regno della mediazione”, costruito su procedure e norme che spesso e volentieri pretendono lentezza, deleghe, ponderazione. Il contrasto nasce da qui e non potrebbe essere più netto: velocità contro lentezza, immediatezza contro mediazione. Il tutto riassunto nella formula “popolo contro èlite”, quest’ultime espressione, appunto, di una civiltà desueta. 

In questo quadro storico l’astensionismo è solo la punta di un iceberg che, negli ultimi decenni, ha causato un lento ma progressivo disfacimento di ogni palazzo della politica (che della mediazione dovrebbe essere la governante) e un attacco a tutte le strutture “mediate” della democrazia: corpi intermedi, autorità indipendenti, istituti del bilanciamento dei poteri. Insomma l’Occidente è diventato il teatro di un’insistita aggressione a ogni articolazione funzionale della democrazia in nome di una presunta purezza della “democrazia diretta”. Il dominio del “semplicismo” nella comunicazione della Rete ha spianato la strada ad un analogo “elementarismo” nella dialettica del potere.
Un primo grave esito di questo dominio dell’immediatezza è stato il rinchiudersi della politica nel ricatto della propaganda, nella risposta immediata, nell’invettiva di giornata, rinunciando a quella che dovrebbe essere la sua vera missione: elaborare programmi di lungo periodo. Ma la Rete non si occupa di futuro e i followers pretendono sempre il “bello della diretta”. Eppure, si tratta di un cane che si mangia la coda: perché probabilmente i tanti cittadini che alle elezioni si astengono lo fanno anche perché delusi dalla latitanza di strategie di fondo, dall’assenza di qualsiasi verifica sulla validità degli argomenti evocati, in definitiva dal prevalere di una “fake democracy”. 
Si nasconde proprio in questo inganno la vera cifra del populismo europeo, di quello francese come di quello italiano: la cosiddetta rivolta contro le èlite è, in realtà, una rivolta contro ogni mediazione, in nome di una non meglio precisata democrazia diretta. Sia chiaro: l’Occidente è stato più volte sfidato da utopie populiste, in specie quella leninista con la famosa “cuoca” che avrebbe dovuto governare lo Stato. Ma esse hanno sempre perso. Attenzione però, perché stavolta c’è una novità: mentre fino ad oggi i detrattori della democrazia rappresentativa erano anche nemici dello sviluppo e dell’innovazione, oggi invece, essi sono alfieri della rivoluzione tecnologica. Navigano con il vento della modernità globale in poppa: perché la società digitale, appunto, non è mediata, è “diretta” e sembra effettivamente rendere superflui i faticosi orpelli delle democrazie “indirette”. Insomma, se finora essi lottavano “contro la civiltà”, oggi ne diventano i promoter. E questo non può che rendere ancora più pericolosa la sfida. 

Non so se la si possa vincere, ma certo, per tentare di farlo occorre tornare a una politica dai pensieri lunghi che non soggiaccia alle mode della società digitale. Ma c’è, soprattutto, una considerazione ancor più essenziale: non si può pensare di vincerla restando chiusi nel recinto di casa propria, Francia o Italia che sia. Se il problema riguarda il futuro di tutte le nostre democrazie, deve scendere in campo l’Unione europea. Forse, come suggerito da più eventi, dalla pandemia come dalla guerra, è arrivato il tempo di cambiare passo. Di rivedere i trattati e fondare una nuova democrazia federata del continente. Di ridisegnare il circuito cittadini-potere-Stato e riscrivere i criteri della partecipazione nell’era digitale. Solo un nuovo convincente inizio collettivo può aiutare a battere la sindrome dell’astensione. 

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