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Francesco Grillo
Francesco Grillo

La proposta di FdI/ Il mondo che cambia e il Pnrr da rivedere

di Francesco Grillo
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 17 Agosto 2022, 00:02

“Un accordo con la Commissione europea, così come previsto dai Regolamenti europei, per la revisione del Pnrr in funzione delle mutate condizioni, necessità e priorità”: è indubbiamente questa una delle proposte più chiare che la coalizione del centrodestra fa nel proprio programma elettorale. O, perlomeno, è questa la proposta che maggiormente può cambiare il rapporto tra l’Unione Europea e l’Italia, nel caso in cui fosse il centrodestra a vincere le elezioni con un buon margine. 


Il proposito viene, peraltro, formulato al secondo articolo dell’accordo, solo dopo aver chiarito che la coalizione si impegna a realizzare il “pieno utilizzo delle risorse del Pnrr, colmando gli attuali ritardi di attuazione”. È, dunque, utile provare a capire – con pragmatismo e serietà – se l’idea del centrodestra è completamente irricevibile, come sostengono alcuni dei suoi avversari; se contiene degli errori; se, invece, può servire per migliorare uno strumento – il Next Generation Eu – che fu una grande intuizione ma che, probabilmente, ha limiti sui quali lavorare visto che dalla sua riuscita dipende la possibilità stessa che l’Unione Europea si integri ulteriormente.


Diciamo, innanzitutto, che la proposta del centrodestra contiene due imprecisioni ma anche una certa dose di buon senso. La prima imprecisione è che l’Italia sconti attualmente un “ritardo di attuazione”: il governo Draghi (grazie anche al sostegno di Lega e Forza Italia) ha finora colto tutti i 96 obiettivi che doveva raggiungere. È vero, però, che la parte più in salita dell’attuazione comincia adesso: il prossimo governo dovrà completare, collaudare e rendere disponibili investimenti per circa 250 miliardi di euro entro il 30 giugno 2026 con una Pubblica Amministrazione che storicamente riesce a produrre investimenti per 15 miliardi all’anno. 
La seconda parziale imprecisione tecnica, è che i “regolamenti europei prevedano una revisione”: in realtà il regolamento del “dispositivo per la ripresa e la resilienza” che finanzia quasi per intero Ngeu e che è stato firmato il 18 Febbraio 2021, considera tale possibilità solo nel caso (articolo 21) in cui diventi evidente che un Paese stia fallendo: circostanza questa che non si è ancora, appunto, verificata per l’Italia (e ci auguriamo che continui ad essere così).


Detto ciò, l’idea di una revisione che non si limiti ad un “accordo tra Italia e Commissione”, ma che apra ad un ripensamento europeo del regolamento, dei piani nazionali, di un programma di trasformazione così ampio, può avere senso. Per tre motivi decisivi. Il primo è che, come dice il centrodestra, possono “mutare le condizioni”. Nel caso del Pnrr sono almeno tre le condizioni che si sono ribaltate rispetto al primo trimestre del 2021 (quando i regolamenti comunitari furono approvati e il Piano italiano fu redatto): stiamo vivendo una guerra e una crisi energetica che rendono assai più urgente ridurre la nostra dipendenza dalle fonti energetiche fossili; l’inflazione era – al momento della scrittura dei Piani Nazionali – all’1,5%, laddove anche prima della guerra in Ucraina era schizzata al 6,2; l’entità e la distribuzione degli stessi danni del Covid19 sono cambiati, considerando che l’allocazione delle risorse fu decisa sulla base delle previsioni della Commissione nell’ottobre del 2020 (e che, da allora, abbiamo attraversato almeno altre due ondate di infezioni).


La seconda ragione per la quale un programma di investimenti così ambizioso deve prevedere meccanismi di revisione è legata alla constatazione che stiamo governando “transizioni” che presentano elevati livelli di incertezza. Come reagiscono i cittadini e altri Paesi al tentativo di costruire un mondo nuovo? Un mondo nel quale scompaiono progressivamente le automobili tradizionali e i documenti d’identità? Come reagiranno gli anziani e le grandi compagnie petrolifere? In che misura un incentivo monetario riesce a cambiare comportamenti? Un programma che vuole “aumentare la resistenza di una società complessa a shock nuovi” non può non prevedere sperimentazioni che servano per rivedere il programma stesso. In terzo luogo, infine, possono fallire i soggetti – Comuni di medie dimensioni, specifiche amministrazioni – che dell’attuazione dei diversi capitoli del piano sono responsabili: una programmazione moderna deve poter spostare le risorse disponibili dalla gestione di organizzazioni meno efficienti a chi lo è di più.


Rispetto a questo quadro, il Pnrr ha strumenti valutativi e di revisione che sono meno sviluppati, persino, di quelli previsti dalle politiche di coesione – i famosi fondi strutturali spesi per decenni nel Sud Italia – che pure soffrono di rigidità che nessuno ha mai voluto affrontare. Una valutazione è, però, prevista per il febbraio del 2024 e può essere quello l’esercizio da trasformare in una riflessione complessiva, strategica, politica su come rendere più forte Ngeu in maniera da poter cominciare a costruire uno strumento di politica fiscale permanente che l’Unione Europea possa usare in autonomia.
Non è, dunque, scandaloso immaginare di ripensare Next Generation Eu. Proprio perché quella decisione va difesa. A patto che sia un rafforzamento di livello europeo (e non di accordi tra Commissione e singolo Paese). Che si convincano gli altri Stati ricordando che è uno strumento che già costa ai contribuenti di tutti i Paesi e che a tutti può servire. L’Italia – come massimo beneficiario di Ngeu – e il prossimo governo avrà l’occasione di presentare una proposta seria: potrebbe essere decisiva per rendere l’Europa meno “burocratica” e più politica; meno ideologica e più dotata del pragmatismo di cui ha bisogno per sopravvivere a crisi appena cominciate.


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