Proclami in ritardo/ Il coro dei «mai più» e i controlli mancati

Domenica 9 Dicembre 2018 di Paolo Graldi
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Corinaldo, la rampa della discoteca dove è avvenuta tragedia
Dicono tutti, in un coro di dolore e di rabbia: «Mai più!». segue dalla prima pagina
E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a muso duro: li prenderemo. la pagheranno cara. Galera, galera, galera: basta buonismo e perdonismo. Quel “ma più” lo annunciano, qualcuno declamandolo con toni accorati e solenni, le più alte autorità dello Stato. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di prima mattina, si mostra “impietrito” davanti a un’assurda tragedia che falcia giovanissime vite. E, infatti, aggiunge: «Non si può morire così». 

Il premier Giuseppe Conte, volando a Senigallia, ha portato senza indugi sul luogo del lutto, del dolore e della rabbia, le parole del governo. Parole ferme, schiette, di rammarico profondo per le vittime, per le famiglie in lutto, per i sette ragazzi che lottano su un letto di rianimazione. 

C’è incredulità, sdegno, ma anche frustrazione: l’accaduto rientra nella grande sfera dell’inconcepibile che pure accade, una dimensione della quale ci rammarichiamo e però che siamo chiamati, a cadenze ravvicinate, a celebrare nel segno del lutto. Il nuovo corso delle interviste lampo, dei capannelli di giornalisti che spizzicano domande, il ricco flusso delle mini-comizi via Internet dedicati allo sterminato mondo dei social ha avuto anche ieri, dall’alba a notte fonda, su tutte le reti e sui mille siti e network, le vaste praterie sulle quali dispiegare volti e parole e contenuti e indignazione e promesse. Si usa la cenere dell’umiltà e il verbo delle promesse solenni per dire che la tragedia di Corinaldo, non si ripeterà, che non potrà ripetersi. Si vuol dire basta, per sempre, a scene come quelle filmate nella notte, a quell’impazzimento improvviso e incontrollato di un pubblico di giovanissimi in spasmodica attesa dell’esplodere sonoro dell’amato “trapper” di turno, pubblico tenuto stipato all’inverosimile, tre volte di più del consentito da quei locali, una folla stipata che in lampo si sente soverchiata dal panico, prigioniera di un’onda d’urto incontenibile. 

E’ l’effetto micidiale e rudimentale insieme, quasi banale, di una scarica di spray al peperoncino. La sala diviene una camera a gas, si cerca di via di fuga, ma la fuga è costretta a seguire un percorso stretto, angusto, certamente inadatto. Le uscite di sicurezza non devono prevedere flussi calmi, privi di concitazione, ma emergenze, necessità di scappare e in fretta, senza ostacoli da superare e barriere da abbattere. Nelle caute parole del Premier e del Vice premier, si coglie l’obbligo di non anticipare scenari compiuti, lasciando alle autorità competenti, di svolgere le indagini con strumenti che possono richiedere tempo e verifiche raffinate. Lo sgomento per l’accaduto, tuttavia, apre all’ufficialità alcuni elementi gravissimi: sia il presidente che il suo vice scolpiscono nel silenzio un primo dato sconvolgente: la sala poteva contenere 469 persone ma i biglietti venduti risultano essere 1400! Siamo vicini a sfidare la impenetrabilità dei corpi. 

Eppure questo è il primo elemento: i controlli agli ingressi, certamente autorizzati dalla proprietà, hanno lasciato che quegli spazi si riempissero come l’acqua in una bottiglia. E non era la prima volta. Ci sono precedenti, anche recentissimi di sforamenti illegali, puniti certo, ma evidentemente vissuti come graffi leggeri che guariscono presto. Ecco: si fa strada l’idea che l’avidità, la irresponsabilità dei gestori, diventano routine. Sbaglio, pago e ci rifaccio. Questa sembra la logica. Condita da una buona dose di stupidità: quella non manca mai. L’analisi a botta calda dei governanti, va notato, risente di una modalità che si va affermando con prepotenza e che, purtroppo, contiene in sé il sapore amaro della propaganda dal pulpito: si lanciano messaggi, appelli, critiche, anatemi a getto continuo, inesauribile. Materiale incandescente che si propone all’ascolto, a noi che siamo i tanto spesso evocati dai palchi e dai microfoni “sessanta milioni di italiani”, come una narrazione senza fine, concitata, ansiogena, impregnata di vis polemica. Ad ogni tragedia, sia la ragazza drogata, fatta a pezzi e portata in giro dentro un trolley, sia la coetanea uccisa da un’overdose dopo una violenza di gruppo, sia l’anticipazione di una sostanziosa retata di nigeriani presunti mafiosi dello spaccio e via elencando. 

Ad ogni lapide ci si ferma a promettere quel “Mai più” che ci delude ripetendosi in forme simili quando non esattamente uguali. A Torino, la notte del 3 giugno 2017, la tecnica criminale di sparare peperoncino sulla folla produsse il panico generale, un morto, mille feriti e la promessa che un fatto del genere non sarebbe mai più accaduto. A ciascuno le proprie responsabilità, viene ripetuto dai Vertici del governo. E si promette di fare tesoro dell’esperienza, consolandosi col fatto che, in fondo, le leggi ci sono. Ecco, infatti, bisogna farle applicare. L’esatta differenza che passa tra le parole e i fatti. Ultimo aggiornamento: 20:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA