Oscar Giannino
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Parte l’era Landini nella Cgil in bilico tra pensionati e lavoro

Giovedì 24 Gennaio 2019 di Oscar Giannino
Questa volta è proprio il caso di dire «ve l’avevamo detto». Chi avesse voglia, può controllare. Il 14 gennaio 2017 lanciammo una previsione sulla successione del suo leader, Susanna Camusso. Scrivemmo che si era celebrato un patto, “l’atto del contrattone”.

Maurizio Landini, deposta l’ascia di guerra che per sei anni aveva brandito su posizioni di duro antagonismo durante l’intera vicenda Fiat-Fabbrica Italia, che lo aveva reso iper popolare ma infine sconfitto, era tornato a firmare con Fim-Cisl e Uilm-Uil l’iper riformista piattaforma di Federmeccanica tutta improntata a produttività, nuove qualifiche, diritti alla formazione al welfare. In cambio, scrivemmo, Camusso s’impegnava a incoronarlo suo successore a inizio 2019. Ma attenti alle sorprese, aggiungemmo, che potevano venire da due esponenti nettamente critici verso Landini: Vincenzo Colla, un organizzatore più che contrattualista, ex segretario della Cgil Emilia-Romagna, che avrebbe potuto diventare il candidato dello Spi, la federazione degli iscritti alla Cgil Pensionati, maggioritaria nella confederazione; ed Emilio Miceli, leader degli oltre 200 mila iscritti alla FILCTEM, la federazione da sempre più riformista per i contratti che firma senza grandi scioperi nel settore dei chimici, tessili, abbigliamento, vetri e piastrelle. Ed è andata così.

Per riuscire a far passare Landini segretario generale della Cgil, la Camusso ha dovuto prima attaccare dalla tribuna duramente Colla, il candidato alternativo, poi strenuamente mobilitarsi per un accordo notturno su Colla vicesegretario generale e Miceli accreditato alla segreteria. Evitando come la peste un voto che avrebbe spaccato verticalmente la Cgil, manifestato apertamente tutte le differenze tra le due impostazioni, anche se paradossalmente sia Landini sia Colla si erano riconosciuti nel documento Cofferati appoggiato dal 98% dei delegati. Stoppando lo scontro che avrebbe portato i due candidati a profilare priorità nettamente distinte, la Cgil però si consegna al futuro con tanti punti interrogativi. Messo alle corde il Pd di Renzi e Gentiloni, sia Camusso sia Landini sembrarono per mesi occhieggiare a un impegno politico diretto nelle formazioni a sinistra del Pd. Non è avvenuto, bisogna dargliene atto. Ma è un fatto che nel post 4 marzo la Cgil si è scoperta largamente caratterizzata da un cospicuo voto dei suoi iscritti, militanti e dirigenti andato ai Cinque Stelle. E solo a poche settimane dal congresso, per evitare spaccature anche su questo, la Camusso ha dovuto compiere una netta sterzata bollando come profondamente negativo il reddito di cittadinanza. Cioè abbracciando la tesi di Colla e Miceli. Difficile dire però, in assenza di un chiarimento esplicito, come politicamente evolverà ora la Cgil di Landini e Colla. Ci sono almeno quattro grandi questioni sulle quali nessuno sa come la pensino davvero. Il collateralismo politico con la diretta linea di continuità Pc-Ds-Pds-Pd è finito da tempo.

La Cgil di Camusso ha condotto una battaglia frontale contro il Jobs Act. Difficile immaginare che Landini-Colla possano giocare un ruolo nel Pd di Zingaretti, sarebbe una soluzione alla Corbyn del tutto incompatibile con l’eventuale scelta Pd di condividere alle europee la mozione-Calenda. Ancor più arduo che vogliano davvero diventare caudatari dei Cinque Stelle. La concertazione è anch’essa finita per sempre: picconata da Berlusconi prima, ancor più vigorosamente da Renzi poi, e incompatibile con la totale disintermediazione praticata dall’attuale governo populista. La terza incognita è quella sulle priorità dello sviluppo. Un esempio: Colla e Miceli si sono detti più volte favorevoli alle infrastrutture e ai cantieri, Landini un tempo era su posizioni opposte a cominciare dalla TAV. Ora che il Pil frena pericolosamente, nessuno sa se la nuova leadership Cgil sarà in linea con i tanti esponenti sindacali territoriali schierati per la scelta sì TAV, o se invece prevarrà un approccio opposto. Ma la vera sfida è un’altra. Un sindacato a maggioranza di pensionati è scollegato dal futuro. Assente dalla rappresentanza dei lavoratori giovani, gravati da contratti a tempo e a bassa continuità di contribuzione, sulle cui spalle in un sistema previdenziale a ripartizione si abbattono nei prossimi tre anni nuove decine di miliardi di debito previdenziale per continuare a prepensionare chi un reddito e un lavoro ce l’ha.

Un sindacato escluso dalla rappresentanza dei lavoratori della Gig Economy rischia di continuare a manifestare un antistorico riflesso conservativo e nostalgico del fordismo, invece di interpretare come sarebbe necessario una ridefinizione nel digitale di mansioni e competenze, estendendo i diritti ma lanciando alle imprese la sfida di più investimenti e più produttività. Cambiando l’orizzonte della crescita dal basso con i contratti, nei quali non scambiare come nel vecchio modello solo orari e salari, ma nuovi diritti alla formazione permanente e al welfare. Un sindacato a maggioranza di pensionati non è un sindacato per il “nuovo” lavoro. E a quel punto la ricerca di unità con Cisl e UIL diventerebbe la mesta somma di un grande patronato sociale, incardinato sui proventi dei CAF di assistenza fiscale. Di una cosa si può stare certi, però. Landini tornerà ora in tv a esercitare il suo carisma, per anni lo ha espresso benissimo. Per quali fini, però, il congresso Cgil non ce l’ha detto.
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